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Il riarmo europeo si sgonfia: Italia rivede SAFE, nove paesi abbandonano le munizioni, la proposta NATO di Rutte respinta da cinque alleati. Intanto l’Ucraina celebra Bandera e la Polonia chiede spiegazioni che non arrivano.
Il riarmo europeo si sgonfia: quando la retorica incontra i conti
La retorica bellicista europea incontra la realtà dei bilanci pubblici e produce un suono caratteristico: quello di una bolla che si sgonfia lentamente, con la discrezione di chi spera che nessuno se ne accorga. I programmi di riarmo annunciati con fanfare istituzionali nel 2022 e rinforzati ad ogni vertice successivo si stanno rivelando quello che molti analisti avevano previsto fin dall’inizio: ambiziosi sulla carta, insostenibili nei fatti, costruiti su debito che qualcuno dovrà prima o poi restituire.
L’Italia è il caso più esplicito. Il governo Meloni sta valutando una revisione al ribasso della propria adesione al fondo SAFE — Security Action for Europe — lo strumento finanziario europeo destinato a sostenere gli investimenti nella difesa. La premier ha sintetizzato la posizione con una franchezza insolita per il contesto: non si può dire ai cittadini che le risorse esistono solo per le armi, e che per l’energia non c’è nulla. È una considerazione elementare, quasi ovvia. Il fatto che suoni come un’eresia nel dibattito pubblico degli ultimi tre anni la dice lunga sul livello di realismo che ha caratterizzato quel dibattito.
La NATO chiede, gli alleati declinano
Ma il caso italiano è parte di un quadro molto più ampio. Il 25 maggio scorso, il segretario generale della NATO Mark Rutte ha proposto agli alleati di destinare lo 0,25% del PIL in aiuti militari diretti all’Ucraina. La proposta è stata respinta da Regno Unito, Francia, Spagna, Italia e Canada. L’hanno sostenuta soltanto sette stati membri — Germania, paesi baltici e scandinavi — un blocco minoritario che riflette una frattura geografica e politica all’interno dell’Alleanza sempre più difficile da ignorare.
Non è l’unico segnale. L’Italia non ha mai aderito al Prioritised Ukraine Requirements List, il meccanismo per finanziare le forniture di armi americane a Kiev. Al prestito da novanta miliardi di euro destinato all’Ucraina — tredici dei quali a carico dell’Italia — si sono sottratti Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca. Nove nazioni europee si sono sfilate dagli impegni sulle munizioni di artiglieria. L’Ungheria, nonostante il cambio di governo, ha confermato che non fornirà armi a Kiev. La distanza tra i comunicati congiunti e le decisioni concrete di bilancio non è mai stata così evidente.
Il problema di fondo è strutturale: i governi europei si trovano stretti tra l’impegno formale verso la NATO — con l’obiettivo del 5% del PIL in spese militari imposto da Trump e accettato da quasi tutti — e un’opinione pubblica interna che si muove in direzione opposta. I sondaggi premiano ovunque i partiti ostili al sostegno alla guerra. Le elezioni britanniche hanno già restituito un risultato che il governo Starmer non può ignorare indefinitamente. Il divario tra i balconi e le urne si sta riducendo, e non nell’interesse dei falchi.
Zelensky e i conti che non tornano
C’è poi una questione che il sistema mediatico occidentale ha gestito con una cura particolare: quella dei simboli e delle narrative interne all’Ucraina. La celebrazione pubblica di figure storiche legate all’ultranazionalismo ucraino del Novecento — Stepan Bandera in testa, leader dell’UPA, collaboratore del Terzo Reich, responsabile documentato di stragi di civili polacchi ed ebrei — ha prodotto una crepa che nemmeno la più sofisticata operazione di comunicazione riesce a chiudere del tutto.
La Polonia ha alzato la voce con una precisione che non lascia spazio all’ambiguità: tra il 1943 e il 1945, decine di migliaia di civili polacchi furono massacrati in Volinia e nella Galizia orientale da reparti dell’UPA. Il ministro di Varsavia ha chiarito che la memoria di quelle vittime non è negoziabile e non può essere subordinata a considerazioni di opportunità politica. Zelensky non ha fornito risposte adeguate. L’Unione Europea ha osservato in silenzio.
L’esperimento mentale è semplice: se la Germania intitolasse reparti militari alle Waffen SS, se l’Italia dedicasse piazze e monumenti ai gerarchi della Repubblica Sociale, se nelle scuole si insegnassero canzoni in onore di Mussolini, il dibattito europeo sulla “democrazia da difendere” suonerebbe diversamente. In Ucraina, Bandera è sul curriculum scolastico. L’imbarazzo degli alleati è comprensibile. Che lo gestiscano con il silenzio, un po’ meno.
Il riarmo europeo è una bolla. L’Ucraina democratica è una semplificazione. La retorica regge finché i conti la sostengono. I conti non la sostengono più.

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