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Il PD si dice partito ma rifiuta di scegliere. Sul referendum e su Gaza convive con se stesso, tra segreteria e “riformisti” mediatici ma senza popolo. Una frattura che non è pluralismo, ma sabotaggio permanente dell’opposizione.
Il PD che non decide: opposizione a giorni alterni
Che cosa sia oggi il Partito Democratico è una domanda meno ingenua di quanto sembri. Non perché la risposta sia complessa, ma perché è imbarazzante. Si definisce “partito”, e dunque dovrebbe scegliere una parte, entrare in conflitto con le altre, assumere una posizione riconoscibile.
Invece, a ogni passaggio cruciale, il PD riesce nell’impresa di sostenere tutto e il contrario di tutto. Il referendum sulla giustizia, con la spaccatura plateale tra segreteria e una consistente pattuglia parlamentare, è solo l’ennesima dimostrazione di una patologia strutturale: non un pluralismo vitale, ma una frantumazione permanente che paralizza.
Il punto non è invocare il ritorno a un partito monolitico, con soldatini allineati e obbedienti. La dialettica interna è fisiologica in qualsiasi organizzazione politica. Ma una comunità che discute senza mai decidere non è una comunità: è un talk show. E un partito che non riesce a trasformare il conflitto in una linea comune abdica alla propria funzione.
Nel PD, invece, il dissenso non si risolve mai; si cronicizza. Così accade che persino su temi epocali, come la guerra a Gaza, le posizioni restino incompatibili e coesistano senza mai incontrarsi in una sintesi.
I “riformisti” senza popolo
La frattura sul referendum è esemplare. Una parte consistente dei cosiddetti “riformisti” ha annunciato che voterà Sì, in aperta contraddizione con la segreteria, e non si limiterà a farlo in silenzio: farà campagna per una riforma che riecheggia vecchie ossessioni berlusconiane, oggi riciclate dalla destra di governo.
A questo punto, la definizione di “riformisti” suona quasi ironica: siamo davanti a un fronte che difende una controriforma, e lo fa da una posizione che, nei fatti, è più a destra della stessa maggioranza meloniana.
La cosa curiosa è che questa corrente, pur sovrarappresentata in Parlamento, non possiede una base elettorale autonoma. Se si presentasse da sola, si ritroverebbe a contendersi le briciole di un centro già affollato da sigle come Azione, Italia Viva e +Europa. Eppure, nel dibattito pubblico, la sua visibilità è enorme. I suoi esponenti sono ovunque: talk show, editoriali, interviste. Una presenza mediatica che cresce in proporzione inversa al consenso reale.
La spiegazione non è mistica. È materiale. Questa componente è il terminale politico di interessi che non passano per le urne: fondazioni, banche, lobby, ambienti finanziari e redazioni che investono su di essa per condizionare la linea del partito o, se necessario, sabotarla. Non sorprende che alcuni nomi di spicco, come Pina Picierno, siano stati collegati – da inchieste giornalistiche – a reti di pressione esterne, incluse lobby israeliane, mentre difendono posizioni apertamente negazioniste sul massacro di Gaza.
L’opposizione che lavora per la maggioranza
C’è poi una seconda funzione, più sottile, di questo fronte interno: preparare il terreno a un cambio di segreteria. Se il No al referendum dovesse perdere, la responsabilità verrebbe imputata a Elly Schlein, descritta come troppo radicale. La parola “estremista” viene agitata come uno spauracchio, nonostante la sua linea sia, nei fatti, prudente fino alla timidezza. Ma la realtà è che non si contesta il suo presunto estremismo: si contesta l’idea stessa che il PD possa tornare a essere un’opposizione riconoscibile.
In questo senso, la minoranza interna non è una forza critica: è una cinghia di trasmissione tra il partito e il sistema che lo circonda. Lavora a sinistra per garantire la stabilità della destra. Mantiene il conflitto in uno stato perenne di sospensione, impedendo che si traduca in alternativa. È la versione aggiornata del trasformismo: non si cambia schieramento, si neutralizza quello in cui si è.
Il risultato è un organismo incapace di scegliere. Troppo compromesso per separarsi, troppo diviso per agire. Una scissione non risolverebbe nulla, perché il problema non è una corrente: è la struttura stessa del partito, costruita come un contenitore di interessi incompatibili. Il PD non è più un soggetto politico, ma un campo di battaglia permanente in cui nessuno vince e tutti perdono.
Alla fine, la domanda iniziale ritorna, più pungente di prima: che razza di partito è questo, se non riesce nemmeno a decidere da che parte stare? Forse la risposta è già sotto gli occhi di tutti: non è un partito. È un equilibrio instabile di poteri che si tollerano a vicenda per non perdere accesso al sistema. E nel frattempo, l’opposizione resta un’ipotesi teorica, buona per i convegni e per le promesse, ma inadatta alla realtà.

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