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giovedì 19 Maggio 2022
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Il Manifesto europeista di Letta: il nulla che ci getta nell’abisso

Il manifesto europeista pubblicato dal Segretario dem è la perfetta incarnazione del “nulla che nulleggia” heideggeriano che nasconde un progetto politico irricevibile.

Il Manifesto europeista di Letta

Il recente Manifesto sul “Nuovo ordine europeo” pubblicato da Letta è la perfetta incarnazione del “nulla che nulleggia” heideggeriano: l’inconsistenza culturale e il vuoto assoluto di idee che rischiano di piombarci tutti verso l’annientamento definitivo. E questo perché dietro quel “nulla” sorridente si nasconde in realtà il ghigno violento di un progetto politico devastante cui il segretario PD presta il proprio volto rassicurante e benevolo.

Un testo inutilmente prolisso, infarcito di retorica, interpretazioni deliranti spacciate per buon senso, in cui il segretario di quello che dovrebbe essere il maggiore partito “di sinistra” nel paese riesce a non dire neanche mezza parola in cui i soggetti socialmente oppressi possano riconoscersi. Un Manifesto che potrebbe “eccitare” solo qualche studente dei corsi blasonati tenuti da Letta. E forse neanche quello.

Letta scrive “L’Europa è la nostra protezione” e probabilmente senza volerlo dice la verità: è la protezione delle classi dirigenti e proprietarie che ne hanno fatto uno strumento di politiche sociali antipopolari, riducendo progressivamente gli spazi di democrazia e partecipazione. Ma tutto il testo di Letta è comprensibile solo se letto a partire dai suoi non-detti, da ciò che il Segretario evita accuratamente di dire perché il suo bislacco discorso possa filare liscio come l’olio.

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Perché si potrebbe anche accettare, per ipotesi, la premessa del suo discorso: “L’Europa è insostituibile. Anche chi ne fa bersaglio di critiche, deve riconoscere che è l’unico riparo nei momenti più drammatici”. Logica vorrebbe che a questo punto uno si chiedesse: l’unico riparo? Quindi gli USA non sono un altrettanto bellissimo riparo? In effetti se l’Europa è il luogo in cui regnano “il dialogo, la pace e la forza del diritto, anziché la legge del più forte” appare evidente che gli USA non vi corrispondono. E in che rapporto dovrebbe stare quindi l’Europa con gli USA?

Tutte domande che l’iper-altantista Letta non può porsi e quindi il suo bel discorso sulla magnifica “specialità” dell’Europa intende, in verità, l’Occidente e, più banalmente, la NATO.

Il Manifesto propone anzi un’Europa ancora più decisionista, ancora più lontana dalle aspettative dei popoli: esattamente l’Europa sorda e urlatrice che abbiamo visto all’opera in queste settimane. Un’Europa che esalta il buon Letta, che anzi vorrebbe “cambiarla” per renderla sempre così. Lui dice “all’altezza della sua missione storica e delle aspettative dei cittadini”, anche se i cittadini stanno tirando il freno a mano e le istituzioni europee premono sull’acceleratore. Forse proprio per questo Letta vuole cogliere l’occasione per ridurre ancora di più gli spazi di manovra dei singoli stati e snellire le procedure decisionali.

Dice esplicitamente di voler abolire il diritto di veto e parla fumosamente di “conferenze” in cui i cittadini vengono consultati in modo da andare “oltre i classici strumenti di coinvolgimento della democrazia rappresentativa”.

Un’Europa quindi che deve limare gli strumenti consultivi per diventare più verticistica nella forma ma che anche nei contenuti appare inquietante: dopo il contentino economico buttato lì senza convinzione (“Va rafforzata nella sua dimensione sociale” roba da far sembrare i vecchi democristiani dei bolscevichi), Letta ammonisce che l’Europa “va, finalmente, resa adulta nel campo dell’energia, della sicurezza e della politica estera”. In questo “diventare adulti” c’è tutto il paternalismo di una classe dirigente ormai da decenni incapace di intercettare i bisogni delle periferie e del mondo del lavoro e che, come vedremo, vuole cogliere l’occasione della crisi pandemica e della guerra per chiudere ad ogni ipotesi di rottura con lo status quo.

Prima di lanciarsi nel suo magnifico programma sulle “sette unioni europee” però il Segretario PD ci tiene ad informarci sulla situazione politica internazionale. E lo fa con la raffinatezza degna di un Alvaro Vitali della geopolitica. Putin – ma per estensione la Russia tutta – sono la pura e semplice negazione del sistema europeo: “le regole, la pace, la cultura, uno stile di vita e un modello di sviluppo”.

Le “regole”, come si sa, sono quelle interpretate per gli amici e applicate spietatamente per i nemici, come Julian Assange. La “pace” è verosimilmente quella dei bombardieri sul Kosovo o sulla Libia. La “cultura” è anche quella che censura disabili e oppositori russi dalle competizioni internazionali.

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Sullo “stile di vita” bisognerebbe capire cosa intende Letta, forse si riferisce alla vita fuori dalle grandi metropoli, perché se si riferisce invece a quello dei miliardari russi, a parte il fatto di essere chiamati “oligarchi”, non si capisce in cosa sia diverso da quello dei miliardari nostrani. E analogamente potrebbe dirsi per il “modello di sviluppo”; immaginiamo Letta qui non si riferisca alle condizioni della classe lavoratrice che di fatto se la passa malino in Russia come da noi.

Ora, tutto il discorso di Letta poggia sull’assunto secondo cui Putin non ammette nessuna convivenza con “modelli alternativi”. Il che si potrebbe dire anche del modello occidentale, ma questo è il meno.

Il primo problema è che questo assunto è quanto meno discutibile: l’idea che la Russia abbia un progetto di dominio dalla Kamčatka a Lisbona è degna di gente che ha imparato la geopolitica giocando a Risiko e guardando L’Impero colpisce ancora. Non importa se Letta riveste queste sciocchezze di parole altisonanti parlando della Russia putiniana come di un “Leviatano” (forse gli sfugge il senso positivo che Hobbes dava a quest’espressione). O quando scrive: che Putin “ragiona con le lenti del Novecento e dal Novecento mutua le ambizioni, sempre frustrate, di una Russia aspirante gendarme ed egemone dell’ordine securitario del Vecchio continente”.

Solo chi si è abbeverato alle sciocchezze sulla “fine della Storia” di Fukuyama può archiviare così grossolanamente il Novecento che non è stato solo il secolo degli imperialismi e dei genocidi ma anche delle grandi utopie e del riformismo post-bellico.

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L’altro grave problema del Manifesto lettiano è che il modello occidentale di cui vaneggia non corrisponde affatto all’idea che si fa di sé, né ai valori che pretende rappresentare.

E questo è ciò che rende questo discorso non solo vacuo e falso ma terribilmente “nazionalistico”, suo malgrado. Perché quando l’Occidente descrive se stesso come il luogo in cui il bene e il vero trionfano, mentre altrove si dà solo male e falsità, qualche problema di identitarismo lo abbiamo. E la cosa non cambia se si dice che questa identità è “aperta” e “tollerante” perché, al di sotto della forma istituzionale c’è la sostanza di democrazie bloccate, terribilmente ingiuste e repressive all’interno e all’esterno.

Quando la differenza tra l’autocrazia e la democratura diventa una differenza di grado ogni discorso che pretende difendere le magnifiche sorti e progressive dell’Occidente ha un problema di realismo se non di ipocrisia. Quando parla di “ordine securitario” Letta è sicuro di non riconoscere nei tratti del nemico una certa aria di famiglia?

Le “sette unioni” di Letta assomigliano un po’ alle sette piaghe d’Egitto. La prima l’abbiamo già vista all’opera: l’unione in politica estera che opera come corsa al riarmo, incapace di produrre una qualsiasi forma di dialogo diplomatico, totale mancanza di autonomia dagli interessi – scopertissimi e anti-europei – degli USA, militarizzazione della sfera pubblica, linciaggio degli antimilitaristi.

La seconda piaga è l’allargamento dell’Europa ad est: il combinato disposto di questo allargamento e dell’abolizione del diritto di veto trasforma ipso facto questo allargamento in una specie di annessione all’ordine europeo che sarebbe “bello” e “nuovo” solo perché si auto-definisce tale.

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E, tanto per rincarare la dose sul fatto che Putin guarda il mondo con gli occhiali del Novecento e Letta con quelli di Star Wars, ci viene detto che “per l’Ucraina, la Moldavia, la Georgia ‘essere Europa’ è, letteralmente, questione di vita o di morte”. Tanto per non farsi mancare niente, Letta immagina un’Europa a due velocità: dare uno status di quasi-membri a chi fa richiesta di entrare nell’UE prima che il processo di inclusione diventi operativo secondo le regole stabilite.

Un modo sicurissimo per destabilizzare in modo ancora più veloce l’est europeo. Se ce ne fosse bisogno.

La terza e la quarta “unione” sono le uniche condivisibili di questo folle progetto e riguardano le politiche migratorie e quelle energetiche. Peccato che proprio l’ignobile comportamento di chi ha accettato profughi ucraini e respinto alle frontiere migranti neri dimostri fattualmente quanto il discorso di Letta sia pura ideologia e che come quell’Europa che egli fantastica non esista.

O, che è peggio, come ogni volta che dice “Europa” egli intenda Italia, Germania e Francia: un nazionalismo dentro l’altro. Ed è una fortuna che non sia tenuto più ad includere nella lista a Gran Bretagna che spedisce i migranti direttamente in Rwanda.

La patina di ambientalismo non si nega ormai a nessuno e Letta ci tiene a immaginare un’Europa indipendente dal gas russo e dai combustibili fossili. Purtroppo, come ora vedremo, poiché in tutto il manifesto la questione sociale ed economica non è mai affrontata in modo serio, possiamo stare certi che entrambi gli obiettivi saranno raggiunti facendone pagare il costo alle classi popolari e nel primario interesse delle classi possidenti. Di cui per altro Letta è un perfetto rappresentante.

E basta vedere come si è comportato in questi giorni per capirlo. La “quinta unione” riguarda infatti la costruzione di un sistema di difesa europeo. Sarebbe interessante sapere perché il PD ha votato l’aumento delle spese militari nazionali, cioè un obiettivo in contraddizione con la costruzione di un sistema di difesa integrato continentale. Perché l’idea che se ne ricava è quella di un interesse al riarmo generale, agli extra-profitti dell’industria pesante, non importa se ciò implica un taglio alle spese su scuola e sanità.

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All’Europa sociale, non a caso, Letta dedica dieci righe striminzite (di cui tre sono una citazione) e poco convinte in cui l’obiettivo primario non sembra essere un miglioramento generale delle condizioni di vita per i cittadini quanto sconfiggere i “populisti”. Non caso nelle prime cinque righe l’unica idea che viene lanciata è quella di un piano “contro la disoccupazione” (sia mai che si parli di redistribuzione del lavoro) e nelle ultime due si citano, così alla rinfusa, “redistribuzione”, “solidarietà” e “tutela dei diritti”.

Poiché i “diritti” di cui parla Letta saranno, come al solito, i diritti civili, possiamo ridurre il suo piano per una giustizia sociale europea a due singole parole come “redistribuzione” e “solidarietà”, importanti, per carità!, ma così vaghe rispetto al resto del Manifesto da far capire che stanno lì giusto perché altrimenti il Manifesto avrebbe potuto scriverlo anche Calenda o la Gelmini.

Va un po’ meglio l’idea di un’Unione “per la salute” anche se non viene spesa mezza parola per condannare le politiche di privatizzazione che hanno prodotto lo sconquasso della sanità pubblica e sono state, almeno in Italia, corresponsabili dell’apocalisse covid in Lombardia.

Perfino quando evoca il superamento del “patto di stabilità” Letta si focalizza sulla “transizione ecologica” e “l’economia sostenibile”: l’idea che lo Stato possa tornare a spendere per gli ammortizzatori sociali non gli passa neanche per la testa.

Al netto di questa minestrina riscaldata, appena appena attraversata dal fremito eccitato dell’interventismo generalizzato e ringalluzzito dallo scontro di civiltà, non si capisce a che diritto Letta parli di “visione” o di “anima”. L’Europa potrebbe tornare a contare qualcosa solo se nei fatti smentisse con una repentina inversione a U le politiche che l’hanno portata ad essere il mostro affamatore di popoli che è e che ora la stanno trasformando in un coro di urlatori forsennati in preda a delirio bellicista.

L’Europa non verrà assassinata da qualche autocrate impazzito perché si è già consegnata al proprio nemico interno, ad un programma ultraliberista e antipopolare che neanche il covid è riuscito a smantellare.

E mentre tuonano i cannoni e ci viene detto che dovremo stringere la cinghia se vogliamo meritare la “democrazia” che dichiara guerra in nome nostro, il Segretario del partito erede delle grandi tradizioni cattoliche e comuniste riesce a cancellare in un colpo solo entrambe, riuscendo a non stare né con Francesco, né con l’ANPI.

Lenin chiamò rinnegato chi tradì gli ideali internazionalisti e pacifisti del socialismo. Ma per gente come Letta questo epiteto sarebbe troppo perché darebbe l’impressione che egli abbia creduto veramente a qualche idea in vita sua. Il che, se fosse vero, sarebbe doppiamente penoso perché dimostrerebbe di che niente sono fatti i dirigenti che ci stanno deliberatamente conducendo al massacro.

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Marco Maurizi
Marco Maurizi
Filosofo e musicista. Si occupa di teoria critica della società e del pensiero dialettico. È autore, tra gli altri, di Quanto lucente la tua inesistenza. L'Ottobre, il '68 e il socialismo che viene, (Jaca Book 2018), La vendetta di Dioniso: la musica contemporanea da Schönberg ai Nirvana (Jaca Book 2018), Al di là della natura. Il capitale, gli animali e la libertà (Novalogos 2011).

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