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Con oltre l’86% dei voti, Doumbouya consolida il potere in Guinea puntando sulla sovranità economica. L’Occidente critica Conakry ma tollera dinamiche simili altrove. Il nodo non è il voto, ma la rinegoziazione delle risorse.
Guinea, urne piene e nervi scoperti
Con oltre l’86% dei voti e un’affluenza ufficiale prossima all’81%, Mamady Doumbouya ha compiuto il passaggio che molti ritenevano impossibile: trasformare una transizione nata da un golpe in un’investitura elettorale. Un risultato che, più dei numeri in sé, pesa per ciò che rappresenta nel contesto dell’Africa occidentale e per le reazioni che ha suscitato fuori dai confini guineani. Perché quando il consenso popolare accompagna una linea politica che incrina equilibri consolidati, l’entusiasmo internazionale tende a raffreddarsi.
Il voto del 28 dicembre chiude formalmente una fase aperta nel 2021 con la caduta del precedente regime e consegna a Doumbouya un capitale politico non trascurabile. La partecipazione elevata – al netto delle contestazioni dell’opposizione – segnala una mobilitazione reale in un Paese segnato da anni di sfiducia verso le élite civili.
Ridurre l’esito a una mera operazione di controllo istituzionale sarebbe analiticamente comodo, ma insufficiente. Il consenso nasce anche da un’aspettativa sociale di ordine e da una domanda di cambiamento materiale che precede e supera il dibattito sulla correttezza procedurale.
La sovranità come piattaforma politica
La cornice giuridica che ha reso possibile la candidatura del leader della transizione è stata costruita pochi mesi prima, con il referendum costituzionale che ha introdotto mandati presidenziali di sette anni e reso eleggibili i dirigenti in carica. Per i critici, una normalizzazione elegante della permanenza al potere; per i sostenitori, un passaggio necessario verso la stabilità. In ogni caso, la nuova architettura istituzionale offre a Doumbouya un orizzonte temporale sufficiente per incidere su nodi strutturali: politiche minerarie, infrastrutture, rapporti regionali e rinegoziazione dei legami con attori esterni.
Ed è qui che il discorso si fa sensibile. La Guinea è uno dei Paesi più poveri del continente, ma siede su risorse minerarie di valore globale. Questa contraddizione alimenta una retorica, e una pratica, di sovranità economica che trova terreno fertile in una popolazione giovane e marginalizzata. Il rilancio del progetto Simandou, uno dei più grandi giacimenti di ferro ad alto tenore al mondo, e la revoca di concessioni a colossi stranieri nel settore dell’alluminio indicano una direzione chiara: aumentare la quota di valore che resta nello Stato.
Scelte che vengono lette in Occidente come segnali di chiusura o di “nazionalismo economico” sospetto. In realtà, si inseriscono in un trend regionale che attraversa Mali, Burkina Faso e Niger, dove governi di transizione hanno messo in discussione il modello estrattivo ereditato dall’epoca postcoloniale. Non proclami ideologici, ma interventi su contratti e filiere: è qui che il neocolonialismo mostra il suo volto materiale.
Il doppio standard che non scandalizza
La severità con cui una parte della stampa occidentale osserva Conakry diventa più comprensibile se messa a confronto con altri casi. La Costa d’Avorio, spesso celebrata come esempio di stabilità e affidabilità per gli investitori, ha recentemente registrato elezioni legislative con un’affluenza intorno al 35% e una schiacciante maggioranza del partito di governo. Un quadro competitivo ridotto, assenze eccellenti e risultati plebiscitari che, in altri contesti, verrebbero definiti problematici.
Eppure, ad Abidjan tutto questo viene assorbito nella narrazione della governabilità e della crescita. A Conakry, invece, un voto con partecipazione alta e risultato netto diventa automaticamente sinonimo di deriva autoritaria. Il discrimine non è la qualità della democrazia, ma la direzione delle politiche economiche. Quando una leadership africana tenta di rinegoziare il rapporto tra Stato e capitale globale, il linguaggio dell’allarme scatta con puntualità.
La vittoria di Doumbouya non risolve i problemi democratici della Guinea, né li cancella. Ma pone una questione che va oltre il caso nazionale: può esistere una transizione legittimata dal consenso che metta in discussione le rendite esterne senza essere immediatamente delegittimata? L’Occidente, più che giudicare, dovrebbe interrogarsi. Perché il vero scandalo, oggi, sembra essere meno il modo in cui si vota, e più ciò che si decide di fare dopo.

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