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mercoledì, Agosto 10, 2022

Il Governo Draghi vacilla: sbigottimento di regime

La crisi del Governo Draghi è vissuta come un tradimento dai responsabili: nella loro forma mentis l’esistenza di una anche pur esile volontà di opposizione politica e sociale è una vera e propria onta.

Il Governo Draghi vacilla

Volti increduli, pallidi, nevrastenici. Così si presentano gli stati d’animo degli affidabili. Di chi negli anni ha lavorato perché l’Italia diventasse il laboratorio più collimante con il modello post-democratico, quello dei vincoli indissolubili, calati dalle elucubrazioni degli esperti. Europeisti e oggi atlantisti.

Ragionieri contabili in grado di recepire ossequiosamente protocolli schematici chiamati riforme. Quelle riforme ispirate a concetti razionalmente semplici. Allargare lo spettro degli investimenti privati, per svalutare il lavoro e disincentivare gli esseri umani nel rappresentarsi come parte di una collettività in grado di ottenere protezione e sicurezza.

L’assillo dei liberali, sin dal dopoguerra, riuniti nei loro club esclusivi, abbarbicati nei loro pensatoi ginevrini dove lanciavano strali contro l’espansione della giustizia sociale e le de-colonizzazioni, era principalmente uno. Superare le democrazia. Ridurre la competizione politica a creatura ornamentale.

Lo spirito di concorrenza doveva costituzionalizzare l’ineguaglianza. Un quadro normativo statico, indiscutibile, che superasse in un sol colpo l’incespicante andatura del conflitto di classe.

L’emancipazione personale assumeva i contorni evoluzionisti del mercato e perché l’ordine fosse garantito l’architettura istituzionale doveva finalmente non cedere ai ricatti dei corpi intermedi. Pavoneggiarsi con fermo coraggio totalitario.

Maggioranza e opposizione due contenitori che pedalano a braccetto, divisi quando serve spettacolarizzare la liberal-democrazia in prodotto commerciale e uniti in tandem quando le continue emergenze lo richiedono.

Un sistema che non prevede intoppi, nel quale le elezioni sono percepite come stress test. Nessuno può permettersi di rappresentare istanze collettive di quel popolo che come disse una celebre reazionaria, non esiste. Tutti individui. Da psicanalizzare se sconfitti nella competizione assoluta.

Sì l’opposizione può essere al massimo scritturata per preconfezionare le kermesse serali o per essere presentata al pubblico come galleria di bizzarri personaggi. Ma mai gli potrà essere concessa legittimazione qualora metta in discussione il modello, il quadro generale.

L’esistenza di un’opposizione, parlamentare o meno, che raccolga politicamente la sostanza della democrazia, è vista come un’onta. Un tradimento imperdonabile nella conventicola dei vincenti. Che da qualche mese presentano la guerra come la prossima riforma strutturale.

Che ovviamente serve al Paese. Alla sua modernizzazione. Eppure la soluzione sarebbe semplice. Draghi si presenta alle prossime elezioni. E invoca la necessità di macelleria sociale, sacrifici e conflitto mondiale. Magari quel vuoto piglio manageriale conquisterà i cuori della popolazione.

Che andrà a combattere rinfrancata. Con l’acqua privatizzata, comodamente seduta sulle navette di Uber ed estaticamente licenziata. Liberata dal peso delle ideologie, del multipolarismo e delle conquiste sociali. Ma con le armi in pungo. A difesa dei mercati.

Un anno di governo Draghi. Anzi, di Confindustria

 

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Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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