Gaza, il dopoguerra dell’esproprio: la ricostruzione rischia di diventare una nuova espulsione

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A Gaza non si prepara soltanto la ricostruzione. Prendono forma piani che prevedono confische, trasferimenti della popolazione, campi temporanei e trasformazione delle proprietà in asset finanziari. Il rischio è che alle macerie si aggiunga la cancellazione definitiva dei diritti di un intero popolo.

I piani per il futuro di Gaza, ovvero: come guadagnare miliardi con la pulizia etnica*

Forse non tutti sanno che Adolf Eichmann, il colonnello delle SS “contabile dello sterminio” che coordinò i trasporti ferroviari che portarono oltre 1,5 milioni di ebrei verso le camere a gas, cominciò la sua carriera di criminale già nel 1938. Dopo l’annessione dell’Austria alla Germania, fu proprio lui a creare l’Ufficio Centrale per l’Emigrazione Ebraica.

Come ha documentato lo storico Yaacov Lozowick nel suo libro “Nazi’s Bureaucrats“, l’ufficio di Eichmann a Vienna funzionava come un “nastro trasportatore di espropriazione”: un ebreo entrava nell’edificio da uomo facoltoso e ne usciva senza nulla, se non un permesso di emigrazione. Non solo: quel documento aveva una scadenza brevissima, spesso di soli pochi giorni. Se la vittima non riusciva a trovare una via di fuga in tempo, il permesso scadeva e l’esproprio si trasformava in una trappola mortale, poiché ci si ritrovava senza più beni e senza più diritti, apolidi nullatenenti e passibili di arresto, finendo dritti nei campi di concentramento.

Quasi novant’anni dopo, leggendo i piani finora elaborati per il futuro di Gaza, l’eco di quel nastro trasportatore risuona in modo assordante. Anche oggi si offre a un popolo stremato una ‘soluzione’ a tempo, un pacchetto di uscita o un alloggio temporaneo in qualcosa di molto simile a un lager che nasconde, in realtà, la cancellazione irreversibile di tutti i suoi diritti.

Mentre chi ha ancora coscienza umana osserva con orrore le immagini della devastazione quotidiana di Gaza, dove oltre 68 milioni di tonnellate di macerie seppelliscono ciò che resta di case, ospedali e vite umane, dietro le quinte si stanno infatti delineando i piani per il futuro dell’enclave palestinese. Piani che, dietro la retorica della ricostruzione e dello sviluppo economico, nascondono meccanismi sofisticati di espropriazione, trasferimento forzato e cancellazione dei diritti di proprietà dell’intera popolazione. Un’analisi dettagliata pubblicata nel luglio 2026 dal Carnegie Endowment for International Peace, firmata dall’avvocatessa per i diritti umani Zaha Hassan, getta una luce inquietante su ciò che si sta preparando per i sopravvissuti di Gaza, rivelando come le sofferenze attuali non siano che il preludio a un sistema di espropriazione ed espulsione dell’intera popolazione superstite.

Al centro di questi progetti vi è il cosiddetto “Board of Peace” (Consiglio di Pace), un’iniziativa guidata dagli Stati Uniti che, pur presentandosi come piattaforma per la pace e la ricostruzione, si configura nei fatti come uno strumento di controllo territoriale e riorganizzazione demografica. Tre sono i piani principali che emergono dall’analisi, ciascuno con caratteristiche apparentemente diverse ma uniti da un obiettivo comune: svuotare Gaza dei suoi abitanti originari, espropriandoli e trasformando la Striscia in un’opportunità di investimento per capitali esteri.

Il primo di questi piani, noto come “GREAT Trust”, è stato sviluppato da dirigenti della Boston Consulting Group e dal Tony Blair Institute, ed è trapelato sul Washington Post nel settembre 2025. Questo progetto prevede che un’autorità temporanea guidata dagli Stati Uniti confischi tutte le terre pubbliche di Gaza, che rappresentano circa il 35% del territorio, e potenzialmente tutte le proprietà private, inserendole in un trust internazionale.

Ai palestinesi verrebbe offerta una “scelta” che si può più correttamente definire un ricatto: scambiare i propri diritti di proprietà con alloggi alternativi, che secondo le stime sarebbero disponibili solo tra due-otto anni, oppure accettare un pacchetto finanziario per emigrare definitivamente all’estero. Un documento interno della BCG, identificato con il nome in codice “Aurora”, calcolava che reinsediare i palestinesi all’estero avrebbe fatto risparmiare ventitremila dollari a persona rispetto alla ricostruzione delle loro case a Gaza. Una logica puramente economica che, secondo gli esperti citati nell’articolo, incoraggerebbe apertamente una pulizia etnica mascherata da pragmatismo finanziario.

Parallelamente, Jared Kushner ha presentato a governi stranieri e al Forum Economico Mondiale di Davos il “Project Sunrise”, un piano che punta alla monetizzazione di circa il 70% della costa di Gaza per attrarre investimenti pubblici esteri e trasformare l’area in hub commerciali e resort turistici. Questo progetto prevede la costruzione di una “Nuova Rafah” sopra le macerie della città vecchia, un’operazione che richiede l’espropriazione permanente delle terre private costiere e il trasferimento definitivo dei legittimi proprietari. La costa, con le sue potenzialità economiche e le sue riserve di gas marino, verrebbe così sottratta per sempre a chi vi ha vissuto per generazioni, trasformata in una destinazione per investimenti internazionali mentre i suoi abitanti originari sarebbero costretti all’esilio o confinati in aree interne marginali.

Il terzo elemento di questa architettura è il piano pilota per un campo umanitario chiamato CMCC a Rafah, che prevede la creazione di “compound” temporanei dove trasferire decine di migliaia di palestinesi. L’accesso a questi campi richiederebbe un controllo biografico approfondito e sarebbe legato alla verifica dei diritti di proprietà terriera, una pratica che l’articolo definisce in palese violazione del diritto umanitario internazionale. Questo svuoterebbe progressivamente altre aree di Gaza, permettendo a Israele di riprendere le campagne militari contro i gruppi armati palestinesi senza la “complicazione” della presenza civile.

I sopravvissuti si troverebbero così di fronte a una scelta impossibile: accettare di vivere a tempo indeterminato in veri e propri campi di internamento, dove Israele controllerebbe tutte le forniture essenziali, oppure rifiutarsi e rischiare di essere considerati combattenti, diventando quindi bersagli legittimi in un conflitto che non si è mai realmente fermato.

Le condizioni attuali della popolazione rendono queste “scelte” ancora più crudeli e coercitive. Il 90% dei residenti vive oggi in tende o rifugi di fortuna, lontano dalle proprie case e spesso senza i documenti di proprietà, deliberatamente distrutti insieme agli uffici catastali e agli archivi durante i bombardamenti. La distruzione sistematica delle infrastrutture civili non è stata casuale ma metodica, come documentato da indagini di Forensic Architecture e immagini satellitari che mostrano come Israele stia continuando a radere al suolo le case e a compattare il terreno non solo per preparare i nuovi campi, ma per impedire fisicamente ai residenti di avere qualcosa a cui fare ritorno.

Mentre il “Board of Peace” e l’amministrazione statunitense delegittimano l’UNRWA e le ONG riconosciute, le restrizioni sugli aiuti hanno creato una carestia a livelli di crisi. Nonostante il cosiddetto cessate il fuoco, nei primi 250 giorni dalla sua proclamazione sono stati uccisi oltre mille palestinesi, a dimostrazione che la violenza non si è mai realmente interrotta.

Sul piano giuridico, le violazioni del diritto internazionale umanitario sono numerose e sistematiche. L’uso della proprietà privata come criterio per assegnare rifugi temporanei viola palesemente le convenzioni internazionali, così come la confisca delle terre senza un’adeguata compensazione e la coercizione all’emigrazione, che configurano trasferimenti forzati di popolazione. Particolarmente inquietante è la previsione di registrare i titoli di proprietà su una blockchain per attrarre investitori, trasformandoli in “token” scambiabili.

In un contesto in cui i confini fisici sono cancellati, i proprietari sono deceduti, dispersi o sfollati, questo sistema rischia di creare registrazioni fraudolente o errate in modo irreversibile, applicando il principio informatico del “Garbage In, Garbage Out” a diritti fondamentali delle persone. I diritti di proprietà verrebbero così trasformati in asset finanziari negoziabili, mentre i legittimi titolari perderebbero per sempre ogni controllo sulle terre dei loro antenati.

L’autrice dell’articolo critica aspramente il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per aver avallato questi piani, evidenziando come invece di proteggere i diritti inalienabili dei palestinesi, si utilizzi la legge come strumento di potere per legittimare l’acquisizione di terre e asset strategici da parte del “Board of Peace”, scavalcando i tribunali palestinesi indipendenti. Si tratta di ciò che viene definito “Rule by Law” (governo attraverso la legge) contrapposto allo Stato di Diritto, dove la legge non è più garanzia di giustizia ma strumento di dominio e controllo.

Le accuse mosse nell’analisi sono di una gravità estrema e riguardano non solo le autorità israeliane ma anche la complicità internazionale. L’autrice avverte esplicitamente che gli stakeholder internazionali, siano essi governi europei o arabi, che dovessero supportare i piani di sviluppo del “Board of Peace” nella loro forma attuale si renderebbero vulnerabili ad accuse di complicità in crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Viene anche duramente condannato il silenzio del “Board of Peace” di fronte al mancato rispetto degli obblighi di ritiro militare, al blocco degli aiuti e alle demolizioni sistematiche, un silenzio che diventa complicità attiva nel perpetuare le sofferenze della popolazione civile.

La disumanità di questi progetti emerge con forza nella descrizione del futuro che attende i sopravvissuti: molti di loro, già traumatizzati dalla violenza subita, dovrebbero risiedere a tempo indeterminato in campi controllati da uno Stato che le Nazioni Unite, numerosi studiosi ed esperti legali ritengono stia commettendo un genocidio contro la loro comunità. La presenza di gruppi armati palestinesi viene utilizzata come pretesto per giustificare la presa di controllo totale del territorio e la “riallocazione” della popolazione civile, in una logica che ribalta completamente i principi del diritto internazionale umanitario, che protegge i civili indipendentemente dalle azioni di gruppi armati presenti sul territorio.

Ciò che emerge da questa analisi è un quadro in cui i piani per il “dopoguerra” di Gaza non appaiono orientati alla riparazione dei torti subiti dai civili o al ripristino dei loro diritti, ma piuttosto a una profonda riorganizzazione demografica ed economica dell’enclave. Attraverso la digitalizzazione delle terre, la creazione di campi di transito e la marginalizzazione degli aiuti tradizionali, si delinea un sistema che istituzionalizza l’ingiustizia, viola i trattati internazionali e nega alla popolazione di Gaza il diritto fondamentale all’autodeterminazione e al ritorno nelle proprie case. Le macerie visibili della distruzione fisica vengono così accompagnate da una distruzione invisibile ma altrettanto devastante: quella dei diritti, delle proprietà, della memoria e del futuro stesso di un popolo.

Così, mentre il mondo si interroga su come ricostruire Gaza, i piani già elaborati suggeriscono che la reale intenzione non è ricostruire, ma rubare integralmente la Striscia espellendo, rinchiudendo o ammazzando tutti i suoi abitanti. Se non riusciremo ad impedire di portare a termine un piano così lucidamente e integralmente criminale, non sarà solo la fine di un popolo ma la fine del concetto stesso di civiltà.

* Dal blog di Alessandro Ferretti

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Alessandro Ferretti
Alessandro Ferretti
Researcher presso Università degli Studi di Torino. Associate presso CERN

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