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giovedì 12 Maggio 2022
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Guerra in Europa, la fine della sfera pubblica. La fine di un mondo

Sperando che non si giunga alla fine del mondo (cioè alla catastrofe nucleare), certamente siamo alla fine di un mondo, la fine della sfera pubblica, di un sistema di organizzazione mondiale, di strutture concettuali.

La fine della sfera pubblica

La nozione di sfera pubblica – lo sappiamo a partire da Mill e Tocqueville sino ad Habermas e alla Arendt – è fondante per la nozione di democrazia, poiché la democrazia presuppone un’opinione pubblica informata, critica, capace di discernimento.

A rendere possibile questa forma di governo erano i “corpi intermedi” (partiti, associazioni etc.) che erano condizione di possibilità di una decodifica critica, plurale, e senza pluralismo dell’informazione e delle interpretazioni non esiste sfera pubblica.

Un processo avviato da tempo, messo in luce da tanti pensatori in maniera differenziata – da Baudrillard a Byung-Chul Han– fa emergere che questa nozione di sfera pubblica è collassata.

In effetti siamo passati dalla tanto maltrattata partitocrazia alla Mediocrazia: i media ci fanno vivere nella realtà che essi costruiscono.

Così ora hanno costruito la figura di un Zelensky eroe, e hanno anche costruito il nazionalismo ucraino, che non si sarebbe sviluppato nelle forme che stiamo vedendo senza i media.

La tv non rappresenta la realtà, la produce, la fa accadere, e non solo perché la falsifica (fa anche questo), ma perché trasforma in realtà un modello. Il modello era: costruire un nazionalismo ucraino, costruendo la figura dell’eroe. Le immagini, la narrazione ha fatto si che il modello entrasse nella realtà.

Ma come la hanno costruita possono distruggerla in due giorni: basta che inizino a trasmettere altre immagini, altre informazioni, per esempio basta che spargano la voce che in Ucraina gli USA, col consenso di Zelensky, avevano laboratori di armi biologiche, notizia che circola sui media.

Basta che facciano emergere notizie che distruggono la faccia: crollerebbe il mito della lotta della libertà contro la barbarie, cambierebbe la narrazione, e cambiando la narrazione cambierebbe il vissuto.

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I media posso fare accadere la realtà che vogliono.

Così Maduro era il dittatore, e in un istante diventa un interlocutore, dalle sanzioni a Maduro si passa all’acquisto di petrolio da lui. Tra poco, se conviene, diventerà un campione della libertà.

L’opinione pubblica mediatizzata non è più dotata di memoria culturale e comunicativa (assman): vive nell’istante, dimentica all’istante. I media non costruiscono una storia, ma una serie di istanti frammentati.

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Questo non è senza un significato nella “realtà vera”.

Putin sa di avere perso la guerra mediatica in occidente, e se prima agiva cercando di non contrariare l’opinione pubblica europea, ora questo possibile freno inibitorio cesserà.

E lo stesso è oramai chiaro ai cinesi. E prendono le precauzioni: creazione di reti chiuse, perché mica vogliono finire come Trump che veniva bloccato da Facebook. Ma soprattutto: quello che pensa la sfera pubblica occidentale è del tutto indifferente per il resto del mondo, che oramai ci vede come dei fanatici che devono imporre il loro modo di vita ovunque.

E questo non è senza significato dal punto di vista militare. La vittoria mediatica dell’Occidente può rivelarsi un boomerang: possiamo creare la sfera pubblica che vogliamo, ma questa non ha più potere di pressione, di essa non si terrà più conto nei prossimi giorni, nel decidere come condurre le operazioni militari.

Una sfera pubblica che non ha più influenza sui decisori cessa di esistere, lo sappiamo a partire da Locke, che aveva colto il potere di interdizione della sfera pubblica, un potere che è cessato. E per questo la modernità è finita.

Oramai è chiaro che tutto si gioca nella sfera mediatica. Non siamo solo passati dal governo economico al governo della società, come mette anche giustamente in luce Foucault: siamo passati dal governo della società al governo delle opinioni.

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Il ruolo degli USA

Forse questa guerra segnerà la fine della Russia, ma la cosa sembra più propaganda che realtà, e basta guardare una cartina con i paesi che veramente impongono sanzioni per rendersi conto che è una distorsione derivante da una prospettiva eurocentrica attardata.

Molto più probabilmente (con o senza Putin) segnerà solo il suo spostamento verso l’Asia, spingerà verso la formazione di un grande blocco asiatico (Russia, Cina, India) con una piccola propaggine europea, mentre la Russia, se avessimo avuto politici meno sciagurati e più lungimiranti, poteva essere un potente sporgersi dell’Europa verso l’Oriente, un ponte.

Molto più probabilmente siamo davanti al crollo degli USA: fine dell’egemonia del dollaro (dopo la decisione di congelare parte dei miliardi di dollari delle riserve russe nessuno si fiderà più degli Usa), fine del potere sui paesi arabi (i sauditi si rifiutano di parlare con Biden per discutere di un aumento delle esportazioni di greggio), fine del dominio in Europa (Francia e Germania hanno detto no grazie alla proposta anglo-americana di non comprare più petrolio dalla Russia), creazione di un blocco anglo-americano con interessi sempre più divergenti rispetto a quelli europei, creazione di un fronte franco-tedesco, con Scholz che, in maniera prudente ma continua, sta disfacendo la politica di Steinmeier.

Siamo alla fine di un’epoca. E i nostri giornali e i nostri politici ci fanno vivere, come ama dire Roberto Buffagni, a Disneyland.

E pagheremo caro avere questa classe politica inetta, senza senso della misura, che parla come se fossero degli alcolizzati al bar, senza pensare che – se non c’è una guerra nucleare – dovremo riallacciare relazioni. Non hanno imparato, come si dice tra la gente del popolo, magari non colta ma con senso della misura, che “bisogna mangiare anche domani”.

Questi vivono e fanno politica come se non vi fosse un domani.

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Vincenzo Costa
Vincenzo Costa è professore ordinario alla Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele, dove insegna Fenomenologia. Ha scritto saggi in italiano, inglese, tedesco, francese e spagnolo, apparsi in numerose riviste e libri.

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