Europa, ribellione blanda e tardiva contro l’Impero che ha scelto

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L’Europa scopre ora l’egemonia Usa, ma l’ordine atlantico è frutto di scelte condivise dal 1945. Tra guerra in Ucraina e slogan sull’autonomia strategica, il continente oscilla tra ribellione retorica e dipendenza reale. La sovranità non si recupera per decreto.

L’illusione europea di ribellarsi all’Impero

C’è qualcosa di rivelatore nei risvegli tardivi. Una foto sgradevole, una caricatura fuori misura, come quella degli Obama in versione scimmie postata da Trump,  una polemica di giornata: basta un fotogramma per far scoprire improvvisamente a molti europei che gli Stati Uniti esercitano da ottant’anni un’influenza determinante sul continente. Come se la presenza di basi militari, il perimetro della NATO, la dipendenza tecnologica e finanziaria fossero dettagli trascurabili fino all’ultima provocazione social.

La verità è meno emotiva e più strutturale. Dal 1945 in poi, l’Europa occidentale è stata integrata in un sistema di sicurezza e di potere a guida americana. Il Piano Marshall non fu solo ricostruzione economica, ma anche architettura geopolitica. La NATO, fondata nel 1949, ha garantito protezione militare ma ha anche consolidato una asimmetria strategica evidente: Washington decide, gli europei negoziano margini. Non è una scoperta di ieri. È la premessa dell’ordine atlantico.

Oggi, di fronte alle intemperanze di Donald Trump o alle oscillazioni della politica estera americana, alcuni fingono stupore. Ma l’anomalia non sta nelle “bizzarrie” di un presidente. Sta nel fatto che nessun’altra potenza nella storia moderna ha combinato supremazia militare globale, dominio finanziario (dollaro come valuta di riserva), controllo tecnologico e influenza culturale con una tale continuità. Hollywood, Silicon Valley, il sistema delle alleanze: l’egemonia non è solo militare, è narrativa.

Sovranità delegata e ipocrisia continentale

Il punto, però, è un altro. Se l’Europa si scopre improvvisamente limitata nella propria sovranità, dovrebbe chiedersi chi ha firmato quella delega. Per decenni, le classi dirigenti europee hanno scelto l’ombrello americano come garanzia di stabilità e prosperità. In cambio, hanno accettato una subordinazione strategica. Non è stato un colpo di Stato, ma un patto politico. Che oggi venga presentato come una disgrazia imposta dall’esterno è un esercizio di autoassoluzione.

Il paradosso emerge con forza nella gestione del conflitto ucraino. Molti governi europei hanno scommesso su una linea di sostegno totale a Kiev, allineandosi alla strategia statunitense di contenimento della Russia. Legittimo sul piano politico. Meno coerente quando si invoca, nello stesso tempo, una “autonomia strategica europea” che resta più slogan che realtà.

L’applauso alle delegazioni ucraine negli eventi sportivi, i fischi verso rappresentanti americani o israeliani, raccontano una confusione emotiva prima ancora che politica. Si contesta l’egemonia statunitense, ma si chiede a Washington di guidare un nuovo confronto con Mosca. Si denuncia la dipendenza, ma si invoca la protezione. È una forma di ribellione assistita.

Identità in cerca di tutore

L’Ucraina è diventata, nel discorso pubblico europeo, il simbolo di una battaglia esistenziale per la democrazia. Tuttavia, la storia dell’identità nazionale ucraina è complessa, stratificata, attraversata da dominazioni imperiali russe, polacche, austro-ungariche. Ridurla a una narrazione lineare di “nazione eterna” oppressa dall’Oriente è una semplificazione funzionale alla mobilitazione politica, non un’analisi storica rigorosa.

Allo stesso modo, evocare complotti permanenti – dal Kaiser a Hitler fino all’anticomunismo – rischia di trasformare la geopolitica in una saga ideologica. Le potenze hanno sempre usato le fratture interne di altri Stati per perseguire i propri interessi. È accaduto nel XX secolo e accade oggi. Ma attribuire ogni dinamica nazionale a un burattinaio esterno significa negare la responsabilità delle élite locali.

Il vero nodo è che l’Europa non ha ancora sciolto la contraddizione tra ambizione e capacità. Vuole contare come polo autonomo in un mondo multipolare, ma fatica a dotarsi di strumenti comuni in politica estera, difesa, energia. Senza integrazione militare e industriale, l’autonomia resta una dichiarazione d’intenti.

Dire che gli Stati Uniti siano “fonte di pericolo per tutti” è una formula polemica. Ma è altrettanto ingenuo ignorare che una concentrazione di potere così estesa produca inevitabilmente tensioni e squilibri. La questione non è demonizzare l’America, bensì interrogarsi sulla maturità politica europea.

La situazione, in effetti, è seria. Tragica, forse, per chi crede che basti cambiare leader a Washington per riequilibrare il mondo. Ma non è comica. È il risultato di ottant’anni di scelte consapevoli, di deleghe firmate, di convenienze accettate. Se l’Europa vuole emanciparsi, dovrà farlo senza illusioni e senza cercare un nuovo tutore. Altrimenti continuerà a oscillare tra indignazione e dipendenza, tra fischi di circostanza e applausi consolatori.

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Sira Beker
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