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Elezioni spente: in Uganda la democrazia va offline

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Oggi si vota in Uganda e il governo ha spento internet per “garantire elezioni pacifiche”. Una misura già vista, che isola i cittadini, colpisce l’opposizione e favorisce Museveni, al potere da oltre 40 anni. La democrazia offline diventa la nuova normalità autoritaria.

Uganda, per le elezioni si spegne internet

Spegnere internet per garantire elezioni “libere e pacifiche” è una formula che suona come una barzelletta mal riuscita. In Uganda, invece, è diventata una linea politica ufficiale. A pochi giorni dal voto di oggi, 15 gennaio, l’ente regolatore delle comunicazioni, l’Uganda Communications Commission (UCC), aveva ordinato a tutti i provider di interrompere l’accesso alla rete sull’intero territorio nazionale. La motivazione è nobile, almeno sulla carta: difendere la sicurezza pubblica e impedire la diffusione di “informazioni false o tendenziose” che potrebbero fomentare violenze. In pratica, la sospensione preventiva della libertà di informazione come garanzia di ordine democratico.

La decisione arriva con un tempismo tanto impeccabile quanto sospetto. Solo poche settimane fa, la stessa UCC aveva liquidato come “voci infondate” le indiscrezioni su un possibile blackout digitale durante le elezioni, assicurando che l’obiettivo fosse esattamente opposto: garantire a tutti gli elettori l’accesso a internet. Promessa archiviata con una disinvoltura che racconta molto del rapporto tra potere politico e verità istituzionale nel Paese.

La democrazia offline, versione Museveni

Nella comunicazione ufficiale, l’authority ugandese parla di tutela della pace, coesione nazionale e prevenzione dell’“abuso delle piattaforme digitali”. Una formula elastica, buona per giustificare qualsiasi misura. Lo spegnimento è stato rapido e quasi totale: già dalla sera del 13 gennaio la stragrande maggioranza dei cittadini non era più in grado di navigare. Fatte salve alcune eccezioni per infrastrutture strategiche e grandi attività economiche, l’Uganda è tornata a un ecosistema comunicativo fatto di telefonate e sms. Il resto è silenzio digitale.

Non è la prima volta. La memoria recente suggerisce che questo blackout potrebbe non essere né breve né indolore. Nel 2021, in occasione delle precedenti elezioni, il Paese visse una repressione durissima dopo l’arresto di Robert Kyagulanyi, leader dell’opposizione, noto come Bobi Wine. Ufficialmente fermato per violazione delle norme anti-Covid, fu in realtà il detonatore di proteste represse nel sangue: 54 morti, secondo i dati ufficiali. Anche allora, internet era stato limitato, se non del tutto oscurato. La lezione sembra essere stata appresa, ma al contrario.

Kyagulanyi è di nuovo in corsa, uno dei sette candidati contro il presidente uscente Yoweri Museveni, 81 anni, al potere da oltre quattro decenni. Museveni ha una lunga familiarità con elezioni “ordinate”, celebrate in contesti informativi rigidamente controllati. Non stupisce che l’opposizione abbia denunciato il blackout come un atto deliberato per isolare i cittadini, impedire il monitoraggio indipendente del voto e soffocare il dissenso prima ancora che possa manifestarsi.

Bobi Wine ha reagito pubblicando la lettera dell’UCC sui social – prima che la rete si spegnesse del tutto – e invitando i sostenitori a utilizzare applicazioni di messaggistica basate sul bluetooth, una soluzione creativa che restituisce bene il livello di arretratezza a cui il Paese è stato forzatamente ricondotto.

L’idea che elezioni regolari richiedano cittadini disconnessi dice molto non solo sull’Uganda, ma su una tendenza globale sempre più evidente: quando il consenso è fragile, la soluzione non è rafforzare la democrazia, ma spegnere gli strumenti che potrebbero raccontarne le crepe. Internet, in questo schema, non è più un diritto o un’infrastruttura civile, ma una minaccia da neutralizzare. E se la pace si ottiene col silenzio forzato, allora non è pace: è solo controllo.

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