Elezioni 2022, a sinistra nel tunnel dell’afasia

Elezioni 2022, il voto di rabbia, antisistema, non va oltre lo sfogo sui social, ma nelle urne prevale l’istinto conservativo di un sistema che ci impoverisce sempre più ma che ancora resiste per le paure e premia ciò che rassicura.

Elezioni 2022 e debacle a sinistra

A spoglio ancora non concluso, a caldo dunque, dopo l’ennesima bastonata che hanno subito sia le forze “progressiste” (o meglio “forse progressiste”) del paese, che di quelle considerate anti-sistema o se vogliamo di sinistra senza trattino, è già ripartito il mantra del: “dobbiamo capire gli errori che abbiamo commesso”, “non sappiamo parlare al paese”, “dobbiamo fare una profonda analisi di quello che è accaduto”, “dobbiamo ricominciare dal basso, dalla società civile, dalla sinistra diffusa“; e poi dal cercare di dare la colpa a qualcuno o qualcosa: i partitini, i cespugli, il settarismo, l’ex magistrato, le faide a sinistra della sinistra, l’equivoco sul voto utile, la rivalità con Giuseppe Conte, fatta tutta all’interno della stessa fetta di elettorato.

Tutte cose plausibili ma che messe insieme, comunque, non sono sufficienti a giustificare lo tsunami che ci ha investito, men che meno a spiegarlo. Perchè i numeri parlano chiaro e mettendo insieme tutte le forze politiche di destra o affini per programmi, metodo e linguaggio, insieme ai vari liberal, europeisti, draghiani e medio-progressisti, si arriva a un orda che ha fatto piazza pulita di ogni possibile deviazione, al di la dei tecnicismi mistificatori di una legge elettorale che ha trasformato un quadro politico frammentato e instabile, in un monocolore di destra.

Il capolavoro (al contrario) del Rosatellum sociologia del voto
Ettore Rosato, padre del “Rosatellum”

Non esiste il voto di protesta in Italia. C’è una disaffezione completa e radicata che porta ormai a un tasso di astensionismo altissimo (siamo intorno al 40%) ma in linea con le tendenze europee. Il resto si distribuisce in quello che possiamo definire “voto senile”. che non va inteso come un voto legato all’età anagrafica molto alta del paese (almeno, non solo) anche se è un elemento sempre più determinante, ma nelle dinamiche emotive e conservative.

Il voto di rabbia, antisistema, non va oltre lo sfogo del momento, la ribellione social con i post, ma nelle urne prevale l’istinto conservativo di un sistema che ci impoverisce sempre più ma che ancora resiste per le paure, il familismo, il welfare di prossimità, e che dunque premia ciò che rassicura.

Dunque il voto utile in quel senso ha salvato il posto a Giuseppe Conte e la coscienza di chi lo ha scelto. Il leader pentastellato è in perfetta continuità con tutto questo: promette vaghe dissonanze rispetto al quadro politico reggente ma senza stravolgerlo. A suo modo è un riformista, sostituendosi al PD nella sua funzione originaria (almeno secondo l’immaginario dell’elettorato, non quello dei vertici).

Fuori da tutto questo non c’è ossigeno.

Se si osservano i flussi elettorali, nelle aree di riferimento, nei campi delle forze aggregate o vicine, si può vedere facilmente che il blocco che premia la destra è sempre lo stesso: negli anni si è spostato da Berlusconi, a Salvini, ora su Meloni, ma non sfonda mai in termini di voti reali. Il Rosatellum ha fatto il resto.

Resta tuttavia il fatto innegabile che l’Italia, pur con sfumature diverse, è ‘destra’, conservativa. Vuole questo, una cosa che nemmeno definisce “destra” se glielo chiedi, perchè la considera superata come definizione, ma la vuole comunque come la vediamo tutti: aggressiva, rabbiosa, xenofoba, antimodernista, e vagamente bigotta.

Davanti a tutto questo parlare di errori della sinistra, di mancata unità e tutte le solite ciance, è quasi, affettuosamente, comico nella sua inadeguatezza. Perchè il problema ormai non è di analisi e di “connessione sentimentale”, meno che mai di comunicazione.

Le cose sono chiare e si capiscono, e non è che le destre comunicano meglio, è proprio quello che si comunica. La sinistra non è in crisi. I valori che professa, i suoi “occhiali per vedere il mondo”, fanno parte del dna dell’uomo che da sempre, cambiandogli nomi e
codici, ha nel profondo due modi di guardare alla sua natura: di sopravvivenza del più forte o di mutuo soccorso per sopravvivere.

Il problema nel nostro paese è che tutto questo non ha proprio più senso nel
sentire comune, la sinistra non ha senso, viene vista come un problema, un ostacolo, un inutile orpello che frena la “soluzione dei problemi” in questa narrazione collettiva che tende alla soluzione sbrigativa piuttosto che al coesistere con le complessità.

I medio-progressisti dei soliti noti cercheranno nell’immediato qualche volto nuovo per apparire meno noti, (è già partito il carrozzone Schlein-Bonaccini) e appariranno come il clone del regista Moretti, che non ha più nulla da dire da anni, se non raccontare se stesso.

Questa sinistra liberal, morettiana, potrà solo continuare a raccontare la borghesia per quello che in parte è: un gruppo senza identità di privilegiati, annoiati dalla vita, sotto la consolazione di vaghissimi valori di solidarietà che servono più a mantenere stabile la propria identità che per reale empatia verso gli altri, e sempre alla ricerca di uno scenario di fuga più alto, nobilitando questi problemi, il più delle volte pelvici, associandoli alla crisi generazionale.

E invece nella sinistra “diffusa”, gli anti-sistema, la cosiddetta “base”, la crisi è nel tunnel di un’afasia: ci si consola cantando alle serate dei reduci.

Cosa ne penserebbe il giovane Marx della pandemia?

 

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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (Kulturjam Edizioni), "Malagrazia" (Kulturjam edizioni).

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