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La guerra in Ucraina anticipa un conflitto senza soldati: droni autonomi, produzione di massa ed energia come variabile decisiva. Il vantaggio non è militare ma culturale e industriale. E l’Occidente rischia di arrivare tardi.
La guerra che viene non avrà soldati (e forse nemmeno vincitori)
C’è un equivoco di fondo nel modo in cui l’Occidente guarda alla guerra che si sta sperimentando in Ucraina. La si descrive come un’anomalia tattica, una fase transitoria, mentre è già un laboratorio. Noha Smith, in un articolo pubblicato su Asia Times – rivista tutt’altro che allineata a Pechino – ha il merito di dirlo con chiarezza: quello che vediamo oggi non è il futuro definitivo del conflitto, ma il suo stadio intermedio.
Il fronte “poroso”, che avanza a scatti minimi; i piccoli gruppi di soldati dispersi; l’uso di moto leggere al posto dei mezzi corazzati; la rapida distruzione di qualsiasi piattaforma pesante da parte di droni onnipresenti. Tutto questo non è un ritorno alla guerriglia novecentesca, ma un passaggio verso la guerra senza uomini. O, per essere più precisi, verso la guerra in cui gli uomini non contano più.
Smith osserva che i droni guidati via filo, oggi centrali per eludere la guerra elettronica, sono solo un passaggio. Il punto di arrivo è un ecosistema bellico completamente autonomo: sciami di droni automatici, coordinati da sistemi di calcolo distribuiti, capaci di saturare lo spazio operativo senza bisogno di controllo umano diretto. A quel punto, la guerra diventa un problema industriale prima che militare.
Energia, produzione e fine della demografia
Qui arriva la conclusione più destabilizzante: in un mondo di armi autonome prodotte in massa, la demografia perde importanza. Non vince chi ha più soldati, ma chi ha più energia, più capacità produttiva, più risorse materiali e minerarie, più velocità di mobilitazione economica. La forza lavoro umana non sparisce, ma viene assorbita a monte, nelle filiere, nei nodi energetici, nei centri di calcolo.
Smith cita esempi concreti che non arrivano da Hollywood ma dalla realtà asiatica: il recente volo di un nuovo drone cinese inserito in una formazione a tre con un caccia d’attacco e un aereo di guerra elettronica. Il drone come punta della lancia, il caccia come mano, il terzo velivolo come scudo. Lo stesso schema si ripete nei mari, con sottomarini e piccole navi autonome destinate a rendere obsolete le grandi unità di superficie. La guerra del futuro sarà distribuita, modulare, sacrificabile. E soprattutto replicabile.
Le città del nemico non vengono “conquistate”: vengono coperte da una nube di sistemi killer autonomi che attraversano le difese e svolgono il loro compito. Il problema non è più se sia moralmente accettabile, ma chi è in grado di farlo per primo e più a lungo. È qui che Smith diventa visibilmente inquieto, e non a torto.
La variabile decisiva, scrive, è una sola, ripetuta tre volte come un mantra poco spirituale: energia, energia, energia. Con l’energia arrivano la capacità di calcolo, la produzione industriale, il controllo dei dati e dell’informazione. E con il controllo dei dati, un sistema più coeso, interconnesso, complessivamente efficiente. In breve: più resiliente alla guerra sistemica.
A questo punto, il vantaggio comparato diventa evidente. Non perché la Cina sia “più aggressiva”, ma perché il suo sistema socio-politico è strutturato per mobilitare risorse in modo unitario e di lungo periodo. Smith lo dice con cautela, ma il punto è chiaro: la capacità cinese di dominare le filiere non è solo una questione di investimenti, bensì di cultura. Di ontologia, per usare la categoria di Yuk Hui. Di tianxia: un cielo unico sotto il quale la terra deve essere coerente.
La Cina può permettersi di investire per decenni in settori non immediatamente redditizi – come l’auto elettrica – perché li concepisce come nodi strategici di un sistema più ampio: batterie, terre rare, elettronica, logistica. Tutto si intreccia. Tutto ha senso. Non perché imposto con la forza, ma perché percepito come normale.
Smith suggerisce una via d’uscita occidentale: politica industriale seria, fine dell’autolesionismo tariffario, alleanze produttive più strette per eguagliare le dimensioni cinesi. È un’analisi corretta, ma incompleta. Perché il problema non è la competizione, come piace raccontarsi a Washington o Bruxelles. È la cosmotecnica. È il rapporto tra società, tecnologia e visione del mondo.
La vera domanda non è chi vincerà la guerra dei droni. È chi siamo disposti a diventare per non perderla. O, più radicalmente, se non sia il caso di disertare da una logica di dominio che ci sta conducendo verso conflitti automatici combattuti da macchine, per obiettivi sempre meno umani. Anche Smith, da buon americano, resta prigioniero dell’idea che la guerra sia inevitabile. Forse non lo è. Ma per scoprirlo, servirebbe un salto culturale che oggi l’Occidente sembra incapace anche solo di immaginare.

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