Diplomazia sotto minaccia: l’ultimatum Usa all’Iran

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I colloqui in Oman non sono un negoziato ma un ultimatum: Washington chiede a Teheran di ridisegnare la propria potenza o affrontare i bombardamenti. Il risultato è un tavolo apparecchiato per non funzionare.

USA-Iran, la diplomazia arriva con il dito sul grilletto

C’è una differenza sostanziale tra un negoziato e un ultimatum: nel primo si cerca un punto d’incontro, nel secondo si comunica una resa condizionata. I colloqui tra Stati Uniti e Iran che si riaprono in Oman non appartengono alla prima categoria. Sono una procedura di notifica: o Teheran accetta di ridisegnare la propria architettura di potenza, oppure verrà colpita. Il lessico della Casa Bianca è prudente, ma la sostanza è quella di una minaccia militare formalizzata.

Washington non chiede solo il ritorno ai limiti nucleari. Vuole anche che l’Iran smantelli il proprio programma missilistico e riduca drasticamente il sostegno alle milizie sciite nella regione, oltre ad aprire il fronte, simbolicamente più esplosivo, dei diritti civili. Una piattaforma negoziale che non prevede concessioni, ma amputazioni.

Teheran, da parte sua, accetta di discutere soltanto del nucleare. Tutto il resto è considerato un affare interno o una linea rossa strategica. Il risultato è un tavolo apparecchiato per non funzionare.

Il Wall Street Journal ha descritto l’incontro come una “danza diplomatica” che potrebbe concludersi con l’ordine di attacchi aerei contro l’Iran. Un’immagine elegante per dire che la diplomazia è diventata il preambolo formale della guerra. In questo contesto, i colloqui non servono a evitare il conflitto, ma a legittimarlo.

Il regime non è monolite

Il comportamento oscillante di Teheran non è solo tattica. È il riflesso di una frattura interna che attraversa il potere teocratico. L’annullamento dell’incontro di Istanbul, seguito dalla repentina accettazione del formato omanita, segnala uno scontro tra correnti. Da un lato gli intransigenti, che considerano qualsiasi apertura una capitolazione. Dall’altro i moderati, consapevoli che il tempo non gioca a favore della Repubblica Islamica.

La decisione di tornare al tavolo è stata spinta dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi, figura pragmatica scelta dal presidente Masoud Pezeshkian per tentare una gestione meno ideologica delle crisi. Sullo sfondo, incombe la questione della successione ad Ali Khamenei, che rende il sistema ancora più instabile. Un potere che si prepara al dopo-Khamenei non può permettersi una guerra devastante. Ma nemmeno può mostrarsi cedevole.

È questa ambiguità che Washington interpreta come un segnale di debolezza. E come ogni impero che si rispetti, è pronta a trasformare l’incertezza altrui in occasione.

La forza come piano A

Mentre i diplomatici si stringono la mano, la macchina militare statunitense è già in posizione. Portaerei, gruppi navali, basi operative disseminate tra Oceano Indiano, Golfo Persico, Mar Rosso e Mediterraneo. Un dispositivo pensato non per deterrenza, ma per l’esecuzione rapida di un ordine. I bersagli sono stati catalogati, le priorità stabilite. Il Pentagono sa già dove colpire per infliggere “dolore selettivo”, come si dice nei briefing.

Nella definizione degli obiettivi, il ruolo dell’intelligence israeliana è centrale. Il Mossad fornisce una mappa dettagliata delle infrastrutture iraniane considerate strategiche, in particolare quelle legate alle Guardie Rivoluzionarie. È una cooperazione che rende Israele non un semplice alleato, ma un co-regista dell’escalation.

Anche qualora i colloqui producessero un compromesso parziale, molti analisti restano scettici. Michael Singh, ex funzionario del Consiglio per la Sicurezza nazionale, ha dichiarato che un nuovo ciclo di attacchi statunitensi, forse congiunti a quelli israeliani, resta l’esito più probabile. Non perché la diplomazia fallisca, ma perché non è mai stata concepita per vincere.

Alla fine, la scelta è tripartita: Teheran deve decidere se cedere o resistere; Washington se colpire ora o dopo; Tel Aviv se accontentarsi di una tregua o spingere per la resa totale. In questo triangolo, la pace non è una possibilità concreta, ma una parentesi retorica.

Oman non è Ginevra. È il luogo dove si recita l’ultima scena prima che il sipario cada. E quando cadrà, non sarà silenzioso.

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