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L’analfabetismo politico accomuna destra e sinistra: morale astratta, slogan e nessuna analisi dei rapporti di forza. Sul caso iraniano si invocano cambi di regime ignorandone gli effetti reali, finendo per rafforzare potenze e interessi che si fingono di avversare.
Ignoranti di geopolitica, ferventi di morale: il corto circuito permanente
C’è un analfabetismo ben più grave di quello funzionale, e non si cura con corsi di comprensione del testo o tutorial motivazionali. È l’analfabetismo politico: l’incapacità di distinguere interessi da valori proclamati, rapporti di forza da narrazioni edificanti, conflitti reali da fiabe mediatiche. Una cecità trasversale che oggi accomuna campi teoricamente opposti, uniti da un’identica pulsione: giudicare il mondo a colpi di slogan, possibilmente indignati.
Il caso iraniano è esemplare. In queste settimane destra e sinistra competono nell’auspicare un cambio di regime a Teheran, ciascuna con il proprio corredo morale. I primi agitano l’antislamismo come una clava identitaria; i secondi invocano la liberazione femminile in versione universale, astratta, esportabile. Il risultato è lo stesso: una richiesta di rovesciamento politico che prescinde totalmente dal contesto, dagli equilibri regionali e dagli effetti concreti di ciò che si invoca con tanta leggerezza.
La sinistra dei valori automatici
Una parte consistente della sinistra europea sostiene la causa palestinese, spesso con sincera partecipazione. Tuttavia, in molti casi, questo sostegno non nasce da un’analisi strutturata del conflitto mediorientale, ma da una fedeltà riflessa a un’eredità simbolica: stare con i deboli, contro l’oppressione, punto. Nulla da eccepire sul piano etico; molto da discutere su quello politico.
Lo stesso riflesso, applicato all’Iran, produce una contraddizione macroscopica. La Repubblica Islamica è uno dei pochi attori regionali che, per ragioni proprie e non certo per filantropia, si oppone concretamente all’espansione israeliana e sostiene la resistenza palestinese. Pensare che un suo abbattimento possa migliorare la situazione a Gaza significa ignorare del tutto la logica degli schieramenti. Un ritorno a un assetto filo-occidentale, magari sotto nuove insegne ma vecchi allineamenti, rafforzerebbe Tel Aviv e Washington, non certo i palestinesi.
Che questo scenario sia auspicato apertamente dal governo israeliano dovrebbe quantomeno indurre qualche cautela. Ma la politica, quando è ridotta a morale astratta, non ama le cautele: preferisce i diritti decontestualizzati, eterni, buoni per ogni latitudine. Poco importa se, nella realtà, finiscono per legittimare esattamente ciò che si dice di combattere.
La destra a sovranità variabile
Sul versante opposto, la destra non offre uno spettacolo più edificante. Si proclama sovranista, patriottica, anti-imperiale — salvo poi sostenere senza esitazioni ogni intervento che miri a demolire la sovranità di Stati non allineati. L’importante è che il bersaglio sia culturalmente altro, islamico, refrattario all’ordine liberale globale.
Il paradosso è evidente: chi denuncia l’erosione della sovranità nazionale applaude la sua soppressione altrove, purché operata dall’unica potenza che da decenni condiziona anche il nostro spazio politico, militare ed economico. Altro che indipendenza: qui siamo di fronte a una subordinazione interiorizzata, mascherata da civiltà. Il patriottismo si riduce a una fedeltà riflessa al più forte, nella speranza di ottenere qualche dividendo simbolico.
Questo schema si ripete puntualmente in contesti come il Venezuela o l’Iran. Da un lato, ampi settori popolari che, pur tra contraddizioni e limiti evidenti, sostengono assetti statali capaci di garantire una qualche autonomia strategica e politiche redistributive minime. Dall’altro, classi medie globalizzate che proiettano su quelle società i propri desideri, chiedendo cambi di regime che favorirebbero le élite locali e interessi esterni, non certo i ceti subalterni.
Il dato più inquietante è la totale dipendenza dalla narrazione mediatica. Incapaci di decodificare propaganda e interessi, questi ceti scambiano per ribellione ciò che spesso è pura eterodirezione. Si commuovono davanti a immagini selezionate, invocano interventi salvifici, ignorano sistematicamente le conseguenze.
L’Europa, chiusa nella propria presunzione morale, appare sempre più isolata. Incapace di comprendere altri mondi, continua a giudicarli come versioni imperfette di sé. Ma quei mondi hanno smesso di chiedere approvazione. Stanno ridefinendo equilibri, recuperando spazio, riscrivendo gerarchie. E mentre noi li osserviamo con paternalismo, rischiamo di scoprire — troppo tardi — di essere diventati ciò che per decenni abbiamo guardato dall’alto in basso.

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