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Il ddl Del Rio sull’antisemitismo non combatte l’odio ma riorganizza il linguaggio del conflitto. Equiparando antisemitismo e antisionismo, il diritto diventa strumento di comando: protegge interessi militari e geopolitici e rende impronunciabile la critica strutturale.
DDL Del Rio: la legge sull’antisemitismo che serve a criminalizzare il dissenso
La proposta di legge sull’antisemitismo che oggi attraversa il Parlamento italiano si chiarisce solo se la si guarda dal punto di vista del potere che, di fronte al conflitto, sceglie di riorientarne il linguaggio invece di affrontarne le cause. In questo senso, il ddl S.1722, depositato il 20 novembre 2025 a prima firma di Graziano Delrio, prende posto dentro una dinamica storica in cui il diritto interviene per dare forma e direzione a rapporti di forza già operanti nella realtà sociale e nell’ordine globale di potere.
L’antisemitismo, nella sua genealogia moderna, va compreso come una forma storicamente determinata di ideologia, prodotta dai dispositivi attraverso cui il capitalismo rende socialmente visibili le proprie contraddizioni. Nelle fasi di crisi, l’astrazione del potere assume tratti riconoscibili, concentrando su figure simboliche il peso di una violenza che resta strutturale.
Combattere questa ideologia è necessario. Proprio per questo, però, la sua trascrizione nel diritto non è mai un gesto neutro. Ogni definizione legale ridisegna il campo del dicibile, stabilisce quali violenze possono essere nominate e quali continuano a operare come normalità sistemica.
Ed è dentro tale condizione che prende corpo la sovrapposizione tra antisemitismo e antisionismo, come espressione di una scelta politica che lavora alla neutralizzazione della critica strutturale al sionismo, ricodificando il conflitto materiale sul terreno della colpa morale.
La storia reale della persecuzione antiebraica viene assorbita in un dispositivo che protegge uno Stato e il complesso di interessi economici, militari e geostrategici che ne garantiscono la funzione nell’assetto internazionale contemporaneo, mentre la critica a un progetto coloniale in corso viene progressivamente resa impraticabile come analisi dei rapporti di potere strutturale.
Il sionismo va inteso come forma storica prodotta e riprodotta entro rapporti di forza coloniali, dispositivi di sicurezza e processi di accumulazione ed espropriazione. Israele occupa una posizione pienamente integrata nel capitalismo avanzato, funzionando come laboratorio permanente di guerra, sorveglianza e controllo delle popolazioni.
Le tecnologie di repressione sperimentate sulla popolazione palestinese entrano nei circuiti globali del profitto, alimentano l’industria militare, rafforzano l’economia della sicurezza e producono valore attraverso la gestione violenta dei corpi e dei territori. È questo intreccio materiale tra colonialismo, capitale e violenza statuale che l’operazione giuridica lavora per sottrarre alla visibilità politica.
Quando l’antisionismo si presenta come critica di questa forma di Stato e dei dispositivi che la sostengono, quando connette occupazione, apartheid, guerra permanente, economia di guerra e repressione interna, la sua capacità di restituire l’assetto di comando come totalità storica diventa incompatibile con la stabilità dell’ordine esistente.
A quel punto il diritto ristruttura il campo discorsivo come dispositivo di comando, filtrando la critica compatibile con l’ordine esistente e sospingendo quella capace di nominare la struttura reale del potere verso forme crescenti di isolamento e repressione.
In questo quadro, l’equiparazione tra antisemitismo e antisionismo funziona come un meccanismo di regolazione politica del conflitto. Agisce sul linguaggio per restringere il campo entro cui il potere può essere messo in questione, spostando l’attenzione dalla struttura dei rapporti di subordinazione alla gestione morale delle parole. Consolida una posizione statuale e coloniale al centro dell’assetto egemonico occidentale, rendendola criterio implicito di legittimità politica e discorsiva.
Attraverso questa operazione, l’antisemitismo viene sottratto alla sua storia materiale e riutilizzato come strumento di legittimazione. Non serve più a interrogare le contraddizioni del capitalismo europeo, ma a schermare uno Stato alleato e a rendere impronunciabile una critica che connette colonialismo, apartheid, guerra permanente e accumulazione. La memoria della persecuzione antiebraica viene inglobata in un dispositivo che lavora contro ogni possibilità di analisi strutturale del presente.
È per questo che la critica antisionista diventa un problema da contenere, perché mette sotto pressione una rete concreta di interessi materiali che attraversa Stati, apparati militari, industrie strategiche e alleanze consolidate. Quando la critica tiene insieme la violenza coloniale esercitata in Palestina con la militarizzazione delle società europee, con la repressione del dissenso interno, con la gestione autoritaria delle migrazioni e con l’espansione del complesso militare-industriale, mette in discussione una catena di valore che riguarda direttamente anche l’Italia.
Ed Israele, infatti, non è un interlocutore distante per lo Stato italiano. È un partner strategico nel campo militare, tecnologico e della sicurezza. Le relazioni industriali tra l’apparato militare israeliano e quello italiano sono strutturate e continue. Leonardo collabora da anni con Elbit Systems su sistemi avionici, droni, sensori e tecnologie a uso duale. Accordi di cooperazione militare e industriale legano i due Stati ben oltre le contingenze politiche del momento. Tecnologie testate in contesti coloniali entrano nei circuiti europei come soluzioni avanzate per la sicurezza, la sorveglianza e il controllo del territorio.
Questo intreccio coinvolge anche la cyber-security, il controllo delle infrastrutture critiche, la gestione dei dati, la sorveglianza predittiva. Le pratiche sperimentate nei territori di frontiera vengono progressivamente integrate nei dispositivi ordinari di governo dello spazio interno.
Sul piano politico, questa convergenza viene apertamente rivendicata. Governi italiani di diverso colore hanno rafforzato nel tempo la cooperazione con Israele. Nell’attuale fase, figure centrali come Giorgia Meloni, Guido Crosetto e Antonio Tajani hanno ribadito il carattere strategico dell’alleanza; collocandosi entro scelte di governo che presidiano e garantiscono la continuità dei flussi tecnologici, industriali e militari.
La stessa logica attraversa l’Unione Europea. L’UE è il principale partner commerciale di Israele e uno dei maggiori acquirenti delle sue tecnologie militari. Nel 2024 oltre la metà delle esportazioni israeliane di difesa è stata assorbita da paesi europei, che hanno integrato sistemi di difesa aerea, sensori, mezzi blindati e piattaforme di sorveglianza nei propri apparati, facendo sì che la guerra diventatasse parte integrante della filiera produttiva continentale.
Negli Stati Uniti, Israele è pienamente inserito nel complesso militare-industriale, in connessione con Lockheed Martin, Raytheon e aziende di analisi dei dati come Palantir Technologies, i cui strumenti operano tanto nei teatri del conflitto quanto nel controllo delle popolazioni e delle migrazioni. In Europa, cooperazioni analoghe attraversano Francia, Germania e Regno Unito, intrecciando industria bellica, intelligence e politiche di sicurezza interna.
Quando la critica antisionista rende visibile questo continuum, entra nel cuore dello scontro politico e materiale. Espone la guerra come ingranaggio strutturale della produzione di valore e delle forme contemporanee di governo. Espone il colonialismo come tecnologia pienamente operativa nella gestione differenziale delle popolazioni espulse dai circuiti della valorizzazione.
È questa capacità di connessione che l’operazione giuridica mira a spezzare. Ricodificando i rapporti di forza politici sul piano della legittimizzazione ideologica, isolando la critica e rendendola sospetta: il diritto interviene, dunque, per circoscrivere il campo entro cui il potere può essere pensato, limitando la possibilità di riconoscerne la struttura come totalità storica. In questo modo, ciò che viene progressivamente eroso non è soltanto lo spazio del dissenso organizzato, ma la possibilità stessa di costruire letture materiali del presente capaci di tenere insieme economia, guerra e forme statuali.
Quando la connessione tra accumulazione, violenza organizzata e gestione delle popolazioni viene oscurata, il conflitto sociale perde profondità storica e viene ridotto a frammento episodico, a devianza, a problema di ordine pubblico. Il potere non ha bisogno di negare apertamente le proprie strutture se riesce a rendere socialmente impronunciabile il modo stesso di descriverle. La stabilità dell’ordine esistente passa allora attraverso la riduzione progressiva delle categorie che permettono di leggere il capitalismo come sistema storico complessivo.
La trasformazione politica continua a esistere come possibilità formale, mentre si restringono progressivamente le condizioni materiali che ne renderebbero praticabile l’emersione storica. I soggetti sociali si muovono dentro le contraddizioni del sistema con accesso sempre più limitato agli strumenti teorici e simbolici necessari a riconoscerle come parte di un processo storico collettivo. Il conflitto sociale tende così a sedimentarsi in forme opache, disperse e interiorizzate.
La conseguenza più cupa di questo processo si manifesta nella sedimentazione lenta di un ordine sociale fondato sulla permanenza della crisi come condizione ordinaria di esistenza. La guerra entra stabilmente nei circuiti dell’economia globale, mentre precarietà e disuguaglianza si cristallizzano come architetture materiali destinate a durare nel tempo storico.
Il capitalismo sopravvive trasformando crisi, scarsità e antagonismo sociale in materia prima del proprio funzionamento storico, stabilizzando l’instabilità sociale come forma ordinaria di organizzazione del mondo, mentre la funzione storica del diritto, del linguaggio e della memoria convergono verso la stabilizzazione di questo assetto, restringendo progressivamente lo spazio entro cui può essere pensata una trasformazione sistemica della società.
Il rischio storico più profondo non risiede nella chiusura autoritaria improvvisa, ma nella costruzione graduale di un mondo in cui l’idea stessa di superare l’ordine esistente appare sempre meno praticabile sul piano materiale. Non perché venga formalmente proibita, ma perché viene progressivamente privata delle condizioni storiche che la renderebbero concreta.
La stabilità del sistema prende forma nella dispersione progressiva dello scontro sociale in traiettorie individuali isolate, sempre più difficili da ricomporre in progetto storico collettivo. Si stratifica così un ordine in cui la crisi diventa ambiente permanente dell’esistenza sociale, la guerra si fonde con il funzionamento ordinario dell’economia globale e l’idea stessa di alternativa storica si assottiglia lentamente fino a perdere consistenza materiale e possibilità storica concreta.

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