Dall’Iran al Libano, la guerra totale che nessuno sa fermare

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Attacchi all’Iran, invasione del Libano, raid in tutto il Golfo, mercati in rosso. La “decapitazione” del regime non ha fermato il conflitto ma lo ha allargato. Tra energia, BRICS e industria bellica Usa, la guerra diventa sistemica. L’Europa balbetta tra atti dimostrativi e paure.

Medio Oriente in fiamme: la guerra che doveva essere lampo e rischia di diventare sistema

A oltre quarantotto ore dall’attacco che ha colpito i vertici iraniani, lo scenario è già mutato: non più un’operazione chirurgica, ma un incendio regionale. L’eliminazione della Guida Suprema Khamenei e di alti comandanti delle Guardie Rivoluzionarie è stata presentata come un colpo risolutivo. In realtà, ha innescato una spirale che travolge Libano, Golfo Persico e mercati globali.

L’idea di fondo è nota: eliminare la testa del sistema per far crollare il corpo. Una teoria che funziona nei film, meno nella realtà. La struttura politico-militare iraniana non coincide con un singolo uomo. Le nomine lampo ai vertici delle forze armate mostrano che l’apparato resta operativo. Le guerre-lampo, del resto, sono una categoria novecentesca ormai smentita dall’attrito e dalla profondità strategica dei conflitti contemporanei.

Intanto, il prezzo lo pagano i civili. Bombardamenti su infrastrutture e quartieri residenziali hanno prodotto centinaia di vittime. C’è un salto di qualità inquietante in quello che sta accadendo su tutto lo scacchiere geopolitico mondiale: la legittimazione della “legge del più forte” come criterio dei rapporti internazionali. Non una deviazione, ma una dottrina.

IDF, Libano, Hezbollah

Israele apre il fronte di terra con il Libano dopo il lancio di razzi e droni verso il nord del Paese. Una nuova e massiccia ondata di bombardamenti israeliani ha investito Beirut, il sud e l’est del paese, colpendo in particolare la Dahieh, periferia meridionale della capitale e storica roccaforte di Hezbollah. Le esplosioni hanno svegliato la città all’alba, segnando un’escalation che interrompe il fragile equilibrio seguito alla tregua dell’ottobre 2024, più volte violata secondo fonti Onu.

La stretta arriva dopo il lancio di alcuni razzi terra-aria da parte di Hezbollah verso il nord di Israele, rivendicati come risposta agli attacchi e alla morte della guida iraniana Ali Khamenei. Tel Aviv ha reagito con raid su vasta scala, colpendo anche Tiro e altre aree del sud, ordinando l’evacuazione urgente di circa cinquanta villaggi. Migliaia di civili si sono riversati verso Beirut e il nord del Paese; 171 i centri di accoglienza aperti, con circa 30mila sfollati già registrati, numeri in aumento.

Il bilancio ufficiale parla di 52 morti e 152 feriti, in larga parte civili. Colpiti depositi d’armi e sedi legate ad al-Qard al-Hassan; ucciso anche un comandante della Jihad islamica. Ambasciate in riduzione, voli cancellati, scuole chiuse: il Libano ripiomba nel caos.

Il Golfo nel caos

L’Iran sotto i durissimi bombardamenti di Usa e Israele prosegue nella sua strategia di martellamento costante sui paesi del golfo che ospitano strutture americane, considerati bersagli legittimi. Droni e missili continuano a colpire basi, aeroporti e infrastrutture legate alla presenza statunitense in Kuwait, Qatar, Emirati, Bahrain, Arabia Saudita, Iraq e perfino a Cipro. Quando il fronte si frammenta e si allarga su direttrici multiple, il pericolo non è solo l’innalzamento dello scontro: è l’erosione lenta ma costante di qualsiasi equilibrio regionale.

Dal punto di vista operativo, Teheran sembra muoversi secondo uno schema collaudato: saturazione e attrito. Missili e droni lanciati in sequenza, obiettivi diversificati, pressione simultanea su più quadranti. L’obiettivo non è soltanto colpire, ma obbligare l’avversario a disperdere le proprie difese, a consumare intercettori, a mantenere uno stato di allerta permanente.

Se il Bahrain rivendica l’abbattimento di numerosi vettori ma riconosce comunque notevoli danni a infrastrutture civili e alla base navale statunitense, il messaggio è chiaro: lo scudo funziona, ma non è impermeabile. E nessun sistema lo è quando viene sottoposto a sollecitazioni continue.

In guerra, la qualità conta. Ma la quantità, alla lunga, pesa di più. Anche l’apparato difensivo più sofisticato diventa vulnerabile se costretto a reagire a ondate successive, su più fronti, con tempi di risposta compressi e scorte che si assottigliano. È la logica del logoramento: non l’assalto decisivo, bensì la pressione costante fino al cedimento.

Gas e petrolio, impennata dei prezzi

Gli effetti economici sono immediati: borse in caduta, petrolio in tensione, lo Stretto di Hormuz sotto minaccia. Se il traffico energetico si blocca, l’onda d’urto investe Europa e Asia.

JPMorgan Chase ha avvertito che i prezzi del Brent potrebbero salire a 120 dollari al barile se il conflitto in Medio Oriente dovesse interrompere a lungo i flussi di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz. Nel caso in cui lo stretto venisse completamente bloccato, i produttori del Golfo potrebbero sostenere la normale produzione solo per circa 25 giorni se lo Stretto fosse completamente bloccato, dopodiché lo stoccaggio saturo costringerebbe a una chiusura totale della produzione regionale.

Si registra anche un balzo dei prezzi per le navi cisterna utilizzate per il trasporto del gas naturale liquefatto. Gli armatori e i broker, secondo quanto riporta Bloomberg, chiedono oltre 200.000 dollari al giorno per le navi cisterna, circa il doppio del prezzo che veniva pagato prima dell’attacco all’Iran. L’impennata delle tariffe delle navi, secondo quanto evidenzia l’agenzia, ha portato ad un calo vertiginoso delle richieste di utilizzo delle navi. Al momento, secondo quanto riferiscono fonti, non ci sono transazioni in corso con i prezzi correnti.

E qui emergono le motivazioni meno declamate: il confronto per l’egemonia energetica e monetaria. L’Iran, integrato nei BRICS e nelle rotte eurasiatiche alternative al dollaro, rappresenta un tassello del polo multipolare che Washington guarda con crescente irritazione.

Per Israele, l’indebolimento di Teheran significa anche ridisegnare le mappe del gas verso l’Europa. Eliminare un concorrente regionale è un obiettivo geopolitico che si intreccia con la sicurezza.

L’illusione della transizione pilotata

Donald Trump ha parlato di “nuovi interlocutori” e di un’opportunità storica per il popolo iraniano, senza specificare a chi si riferisse. La retorica richiama il modello venezuelano: pressione militare e sanzionatoria per favorire una transizione ibrida, più permeabile agli interessi occidentali. Ma senza truppe sul terreno, il cambio di regime resta un azzardo. E un’eventuale destabilizzazione prolungata rischia di aprire spazi a fazioni ancora più radicali.

Il problema è strutturale: l’industria bellica statunitense, sotto il peso di debito pubblico crescente, trova nella guerra un moltiplicatore di spesa e profitti. Le aziende della difesa registrano rialzi in Borsa mentre il Medio Oriente brucia. La guerra, per Washington, non è un incidente della politica: è una leva economica.

L’Unione Europea osserva con cautela, quando non con silenzio imbarazzato. Dopo anni di proclami sul diritto internazionale in Ucraina, l’ambiguità su Teheran mina il residuo di credibilità morale di Bruxelles. L’Italia, costellata di basi Nato, si trova in una posizione delicata: la geografia strategica la rende potenziale obiettivo in caso di ulteriore escalation.

E poi c’è il fattore religioso. L’uccisione di una figura carismatica in pieno Ramadan ha una portata simbolica che trascende la politica. Nello sciismo, il martirio non è un dettaglio retorico. È un collante identitario.

La guerra totale evocata da Netanyahu non si misura solo in chilometri conquistati, ma in fratture che attraversano società e mercati. Se l’ordine internazionale si riduce a una sequenza di “decapitazioni” preventive, la normalizzazione della guerra di aggressione diventa prassi.

Le sanzioni non hanno piegato Teheran. Ora le bombe tentano di fare ciò che l’embargo non ha ottenuto. Ma l’attrito, ignorato nelle dottrine che contano le vittorie in chilometri al giorno, è la variabile che trasforma le operazioni lampo in conflitti sistemici.

Il risultato è una regressione collettiva: la corsa agli armamenti cresce, le diplomazie arretrano, le economie si militarizzano. E mentre i mercati attendono il prossimo annuncio, le popolazioni della regione pagano il conto di una strategia che confonde sicurezza con dominio.

 

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Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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