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L’accordo annunciato fra l’Etiopia e la regione indipendentista del Somaliland per garantire ad Addis Abeba uno sbocco sul Mar Rosso, svelato il primo gennaio 2024, rientra nei tentativi del premier etiope Abiy Ahmed di garantirsi un affaccio portuale e militare sulla costa: una rivendicazione che ha scatenato tensioni con i vicini di casa e alimentato i timori di un nuovo conflitto nel Corno d’Africa, già ostaggio di un intreccio di crisi che va dai tumulti interni dell’Etiopia ai conflitti tribali e l’escalation “terrorista” in Somalia.
La questione Somaliland
Il primo gennaio cinque nuovi paesi sono entrati nei BRICS: Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iran ed Etiopia.
Milei ha tirato fuori pochi giorni prima l’Argentina trovandosi a pietire prestiti visto l’immediato blocco dei fondi cinesi.
Il primo gennaio è giorno storico, perché l’Etiopia (paese che ospita la sede dell’Unione Africa e ultimo ad essere colonizzato per un periodo brevissimo negli anni 30/40 dall’Italia) ha barattato il porto di Berbera con il governo del Somaliland, indipendente informalmente dalla Somalia da inizio anni 90.
Il Somaliland è la parte di Somalia ex colonia britannica, che nel 1960 si fuse con la ex colonia italiana diventata indipendente.
Berbera ospita già una base militare degli Emirati Arabi dal 2017, in cambio di un generoso finanziamento; questo piccolo riconoscimento arrivò dopo che le autorità somale avevano tirato un tiro mancino alle azioni emiratine nell’area.
Come vedete dalla cartina sotto, la zona è di particolare interesse per tutti, anche Cina e Giappone hanno aperto delle basi militari, non segnato c’è anche il Qatar che agisce all’ombra sempre in Sudan.

Top player la Turchia che si aggiudica basi in Somalia (la più grande fuori dal paese proprio quella di Mogadiscio) e in Sudan, sullo snodo dei pellegrinaggi religiosi tra il Nord Africa e l’Arabia Saudita.
Sommate il tutto alla presenza iraniana tramite gli Houthi in Yemen, l’interesse russo (manco nascosto) in Sudan (dove nel silenzio generale impazza la terza guerra civile negli ultimi anni) e più in generale l’attività di pirateria (sempre attiva, anche prima di Israele) e il passaggio di una quota enorme del commercio mondiale nel Mar Rosso (ricordate il terrore inflazione quando rimase bloccato il Canale di Suez per una manciata di giorni, qualche anno fa? Ecco).
Ora, che l’Etiopia si muova a riconoscere un paese, in cambio di un porto civile e militare che già ospita una base emiratina, che la Somalia dichiari invalido l’accordo e che l’Occidente (già attivo in una missione anti-pirateria in area) si attivi subito a favore dell’ultima, la dice lunga.
La dice lunga anche la scelta di barattare il porto, con una parte azionaria della compagnia di bandiera etiope, non proprio spicci.
Addis Abeba ospita il più grande hub aeroportuale africano (non poteva essere altrimenti vista la perdita di sbocchi sul mare con l’indipendenza eritrea nel 1991), l’Etiopia è il secondo paese più popoloso del continente e ogni anno vi transitano i cinesi che partono per lavoro e affari verso Africa e Medio Oriente.
Più chiaro il concetto?

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