La beneficenza è la forma di lotta politica dei benestanti per mantenere i privilegi

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Con la beneficenza i benestanti vogliono veicolare un messaggio di propaganda fondamentale per i loro interessi di classe: alla povertà ci pensano i ricchi.

La beneficenza è la forma di lotta politica dei benestanti

La beneficenza andrebbe regolamentata, anzi nascosta. In particolare la legge dovrebbe prevedere l’anonimato e l’impossibilità di svolgere attività di autopromozione attraverso di essa. Questo perché la questione beneficenza per le classi proprietarie, per i capitalisti in genere, è molto seria. Tanto seria da essere considerata come un vero e proprio dovere giuridico e come uno strumento essenziale di lotta politica.

Con la beneficenza i benestanti vogliono veicolare un messaggio di propaganda fondamentale per i loro interessi di classe: alla povertà ci pensano i ricchi. Ma non solo attraverso atti di liberalità nei confronti dei poveri. Vogliono affermare di poter proteggere per proprio conto tutti i beni che lo Stato si assumerebbe il compito di tutelare costituzionalmente.

Ergo lo Stato serve solo per garantire l’incolumità personale e, secondo i dettami contemporanei del liberalismo, a sviluppare nuove zone di mercato attraendo capitali privati. Infine a concepire una scuola pedagogica per l’individuo sulla vita nel mercato.

Così lo stato sociale diventa uno spreco e, assottigliata al minimo la sfera d’intervento pubblico su questioni di giustizia, non serviranno tutte queste tasse. La questione dunque è ideologica. Non c’entrano nulla il costume, la notorietà o le cadute di stile. Per i grandi capitalisti non esiste l’ingiustizia.

Non riconoscono alla società un ruolo specifico e non considerano la collettività un fattore che ha contribuito a generare i loro profitti. Esistono i poveri che sono poveri per mancanza di intraprendenza ai quali nulla sarebbe dovuto se non per afflati di generosità umana.

Quindi Chiara Ferragni, tipico esempio di capitalista parassitaria, ha tradito le aspettative politiche della sua classe di appartenenza, la quale ora le chiede il conto. Perché ha messo a rischio la causa.

In questi anni i privati hanno puntato molto sulla credibilità delle loro azioni perché la popolazione li consideri adatti alla risoluzione di questioni sociali. La moralità aziendale profila un programma di governo per sostituire i governi. E una rappresentante così popolare di quella classe ha il dovere di rimediare pubblicamente.

Questo il significato del video che proietta una messa in scena lacrimevole, con il trucco opaco che pennella l’effetto pianto. Il falso, anche così smaccatamente irreale, nell’era della bulimia mediatica, appare come vero. E la finzione serve a riabilitare agli occhi dei consumatori una credibilità di casta che conduce da decenni una lotta politica violenta e rigorosa nei suoi proponimenti.

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Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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