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L’Europa paga oltre 100 miliardi di costi energetici extra, mentre Trump riapre agli acquisti di diesel russo e gli arsenali americani si svuotano. Le sanzioni penalizzano cittadini e imprese europee, mentre Washington tratta con Mosca: la coerenza (ottusità) atlantica ha un prezzo.
Il suicidio a rate dell’Europa
Tanto tuonò che piovve, dice un vecchio adagio popolare, che ben racchiude quello che è accaduto negli ultimi giorni: gli Stati Uniti di Donald Trump hanno sospeso le sanzioni sul diesel russo fino al 7 aprile 2027, hanno concordato con Vladimir Putin 300 mila tonnellate immediate, 500 mila a novembre e un milione successivamente.
Trump ha inoltre menzionato ulteriori 3 milioni di tonnellate, subordinati alle condizioni delle raffinerie russe. Il totale potenziale annunciato raggiunge così 4,8 milioni di tonnellate. Washington ha contestualmente allentato alcune restrizioni sulle esportazioni russe, ma restano da verificare l’effettiva disponibilità dei carichi e i tempi delle consegne.
Stiamo parlando di numeri minimi, ma altamente simbolici. Washington ha fatto ciò che per tre anni e mezzo ha impedito, minacciato e sanzionato quando lo facevano gli europei: comprare energia russa. La giustificazione ufficiale è nota, il prezzo del gasolio alle stelle dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz, e suona come una confessione. Quando il principio costa caro a Trump, il principio muore. Quando costa caro all’Europa, il principio diventa inderogabile.
Due guerre, nessuna delle quali è nostra
Il conto europeo si legge nei numeri del commissario all’Energia Dan Jørgensen. A fine settembre: costi energetici extra superiori ai 100 miliardi di euro per la guerra nel Golfo. Erano stati 24 miliardi in due mesi ad aprile, 54 ad agosto. Nel frattempo, la Banca Europea per gli Investimenti indica che il continente dovrà tagliare i consumi del 7%, circa 14 miliardi di metri cubi, per superare l’inverno, con gli stoccaggi al 72% al primo ottobre, il minimo degli ultimi quindici anni. ENTSOG stima un possibile deficit del 12-15% in caso di inverno rigido.
E mentre arrivano questi numeri, il divieto europeo al GNL russo scatta il primo gennaio 2027, quello al gas via tubo il 30 settembre successivo. Con l’inverno alle porte, gli stoccaggi ai minimi storici e lo Stretto di Hormuz parzialmente chiuso, Bruxelles va verso lo stop totale delle forniture dal fornitore geograficamente più vicino, più stabile e più economico che l’Europa abbia mai avuto. Il capo di Eni, Claudio Descalzi, ha già avvertito che da gennaio è possibile uno stop completo del gas russo via gasdotto.
Gli arsenali svuotati da un secondo fronte
Se la componente energetica è autolesionista, quella militare è francamente ingenua. Reuters ha documentato ad agosto che gli Stati Uniti hanno impiegato praticamente tutti gli ATACMS e i PrSM, consumato quasi la metà dei Tomahawk e, secondo il CSIS, bruciato il 65% degli intercettori Patriot tra febbraio e luglio per la guerra con l’Iran. Il commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius ha detto la verità in modo scomodo: gli americani non potranno fornire missili sufficienti “sia per i Paesi del Golfo, sia per l’esercito americano stesso, sia per le esigenze dell’Ucraina”. L’Ucraina è la terza priorità. Prima che Trump aprisse il cantiere del gasolio.
Sul campo, la matematica dell’attrito che le cancellerie preferiscono non nominare arriva per bocca dei falchi: il presidente polacco Donald Tusk ha dichiarato al Sejm che Kiev registra 27 mila morti e feriti al mese, e il capo di gabinetto di Zelensky, Kyrylo Budanov, ha ammesso che servono almeno 30 mila uomini al mese solo per reggere l’urto russo. Si parla, per ora in una minoranza, ma a voce sempre più alta, di coscrivere le donne.
Il boomerang ha già colpito
Le sanzioni dovevano piegare la Russia sono invece diventate un meccanismo di trasferimento di ricchezza dagli europei, che pagano l’energia al prezzo pieno e gli extra costi di una guerra lontana, ai produttori di GNL americani e a Mosca, che ha imparato a vendere a Oriente ciò che perdeva a Occidente. Il conto non è ideologico: sono 100 miliardi di euro l’anno, a fronte di una crescita europea stagnante e di un’inflazione energetica che le classi medie pagano da quattro anni.
La prova definitiva che l’impianto è fallito viene dagli stessi costruttori del muro: il colloquio tra Jared Kushner e Kirill Dmitriev sull’ingresso di un investitore americano in Nord Stream, per vendere gas russo all’Europa. Tre anni di distruzione dei gasdotti, di boicottaggi, di pressioni su chiunque osi pronunciare la parola “dialogo”, e ora Washington discute di mettere capitali americani nella pipeline che l’Europa ha lasciato morire. Il boomerang non è nemmeno un’immagine retorica: è una trattativa di affari.
I cittadini lo hanno capito, le élites no
C’è un divario che la politica europea rifiuta di guardare in faccia. In Italia, il 52% degli intervistati sarebbe favorevole a riprendere le importazioni di gas russo e solo il 26% considera gli Stati Uniti un alleato affidabile. Una quota netta dei cittadini, il 34%, ritiene che Europa e Washington dovrebbero spingere Kiev verso un accordo anche a costo di territorio, e solo un quarto sostiene la linea della riconquista integrale. Nel resto d’Europa il quadro è simile: la maggioranza non chiede una vittoria russa, quella resta appannaggio di una minoranza marginale, ma una fine della guerra.
Gli elettori non sono “puntiniani”. Sono persone che pagano le bollette e non capiscono perché la coerenza venga richiesta sempre e solo a loro: agli americani è consentito comprare il diesel di Putin per le elezioni di metà mandato, ai russi di discutere di Nord Stream con un genero presidenziale, e agli europei di rinunciare al riscaldamento per un principio che gli altri trattano come merce di scambio.
La politica europea verso la Russia si regge oggi su tre gambe, e tutte e tre zoppicano: la gamba energetica, che spegne le forniture più vicine mentre Hormuz brucia 100 miliardi; la gamba militare, che conta su arsenali americani già svuotati da una guerra che non è quella ucraina; la gamba politica, che scommette su un’alleanza atlantica che la considera sì, ma dopo il Golfo e dopo il gasolio. La postura “non cedere di un millimetro” non è sostenuta da nessuna delle tre.
L’Europa ha costruito la sua politica anti-russa sul presupposto che Washington fosse il garante finale. Trump ha appena dimostrato, con una telefonata e una licenza del Tesoro, che il garante finale è se stesso, e che il prezzo del gasolio, al momento giusto, vale più di ogni alleanza. La domanda non è più se la politica europea verso la Russia sia suicida. La domanda è quanto costerà il funerale, e chi lo pagherà.

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