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Torino, Milano, Bologna: fermi in blocco di minorenni, idranti e taser invocati. Gli stessi che esaltavano le piazze francesi difendono le divise e piangono le vetrine, ma tacciono su Gaza e sulle scuole bombardate. Chi dà il cattivo esempio a una generazione senza futuro?
Tutti amano le piazze in rivolta, purché brucino altrove
Dodici fermati a Torino, dieci dei quali minorenni, una cinquantina a Milano, metà con meno di diciotto anni, e quattro minorenni arrestati a Bologna: sono i numeri con cui il sabato di “Italia in piazza” entra nei verbali, mentre il ministro Piantedosi parla di professionisti del disordine e assicura che nemmeno la minore età garantirà impunità.
Le piazze erano state convocate contro stipendi bassi, affitti alle stelle e costo della vita. A Torino, secondo la questura, i fermati avevano con sé molotov, petardi, sanpietrini e martelletti frangivetro, e alcuni sono sospettati dei danni in via Po e alla libreria Feltrinelli di Porta Nuova. La polizia è intervenuta con idranti e lacrimogeni, e tre minorenni sono stati arrestati per fabbricazione di arma da guerra. A Milano, in piazza Duomo, gruppi a volto coperto hanno lanciato transenne, sassi e bombe carta, e gli agenti hanno risposto con lacrimogeni e un carro idrante. A Bologna i lacrimogeni sono stati oltre quattrocento e gli agenti feriti trentasei.
Il bilancio complessivo riferito da ANSA è di 28 arrestati, 197 identificati e 141 agenti feriti, con almeno 500mila euro di danni a Milano e 100mila a Bologna. Secondo la polizia, a scendere in strada sono stati ragazzi organizzati da soli, arrivati dalle periferie e dall’hinterland, molti di origine straniera e altrettanti italianissimi. La politica ha recitato il copione: Meloni ha parlato di bande di teppisti, Salvini ha chiesto idranti più potenti e taser, Crosetto di far pagare i danni a vandali e famiglie, mentre il sindaco Sala, che aveva segnalato pochi agenti in piazza Duomo, si è sentito dare del radical chic da Piantedosi.
Gli ammiratori delle piazze altrui
Una certa opinione pubblica ha guardato per anni alla Francia con l’invidia di chi sta in tribuna, invocando piazze piene e popoli che non chinano la testa, purché a bruciare fosse l’arredo urbano degli altri. Appena la stessa energia si è presentata a Torino e Milano, il fronte dell’entusiasmo teorico si è convertito in un coro di devoti dell’ordine, uniti nell’offesa per le vetrine e nella difesa strenua delle divise, con la commozione di chi scopre il valore della proprietà privata dopo aver passato la domenica a elogiare la rivolta altrui.
Chi prepara molotov non merita applausi, ma quello che si è visto sabato, tra cariche, idranti, lacrimogeni e fermi in blocco di adolescenti, ha i tratti di una repressione pianificata, e il fatto che a gestirla sia lo Stato non la rende più nobile. Il lessico lo conferma: maranza, seconda generazione, professionisti del disordine. Ragazzi delle periferie, spesso figli di immigrati, vengono promossi a categoria criminale prima ancora di essere ascoltati come persone, e questo rivela un impianto razzista e classista che nessun comunicato di solidarietà alle divise riuscirà a ripulire.
La durezza della reazione tradisce il timore del contagio. A Tirana la settimana è stata segnata da una violenta escalation, con la delegazione dell’Unione europea a invocare una risposta proporzionata, la Francia ha visto bruciare un municipio, e le istituzioni italiane sanno bene che un paese vecchio e impaurito, conservatore nell’anima come lo sono gli anziani, regge finché la paura funziona.
Ma chi sta dando l’esempio a chi? Governi e Ancien Régime che stanno supportano massacri in Medio Oriente, apartheid, repressioni in nome di valori che nessuno riesce più a scorgere? Chi mostra alla generazione che pagherà il conto che le regole valgono soltanto per i deboli non può stupirsi dei compiti che quella generazione svolge.
Per questo conta sviluppare consapevolezza dei processi storici, perché un domani non troppo lontano il modello Gaza potremmo essere noi.

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