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I lobbisti scrivono le leggi senza essere eletti, e i poveri non hanno chi li rappresenti. Un senatore dello Utah si batte per l’Ucraina mentre i suoi elettori affrontano sanità e mutui. Satelliti militari gestiti da un CEO privato: la politica estera ha un pulsante. L’unica lobby possibile? L’eletto che si vergogna.
Le leggi le scrivono i lobbisti: la democrazia ha un prezzo e non siamo noi a pagarlo
C’è una categoria professionale che dovrebbe fare invidia a chiunque. Lavora a stretto contatto con i potenti, pranza nei ristoranti giusti, guadagna cifre che un normale cittadino associa più a una vincita alla lotteria che a uno stipendio, e soprattutto, udite, udite, non deve rendere conto a nessuno. Non è eletta, non è nominata con dibattito pubblico, non compare in alcuna scheda elettorale. Eppure scrive, nel modo più letterale del termine, le leggi che ci governano.
Benvenuti nel mondo meraviglioso del lobbying.
La lobby dei poveri (non pervenuta)
Si dice che in democrazia ogni interesse abbia diritto di essere rappresentato. Che bello. Peccato che il lobbista dei poveri non esista, e non per mancanza di poveri, che invece, si noti, non scarseggiano, ma perché un lobbista dei poveri verrebbe bersagliato di strali dagli stessi poveri, che hanno un talento innato all’autoflagellazione. È la bellezza del sistema: chi ha bisogno di un avvocato al potere non può permetterselo, e chi può permetterselo non ne ha bisogno. Un meccanismo perfetto, dal punto di vista di chi l’ha progettato.
Il tabacco, sì, ce l’ha. Le armi, certo. Israele, con un apparato organizzativo che farebbe impallidire ministeri interi. Le banche, il petrolio, il farmaceutico, il tech. Ognuna con il suo piano piano, il suo ufficio permanente, le sue cene di gala dove si discute di “regolamentazione intelligente”, un eufemismo che significa: facciamo quello che ci pare, regolamento come piace a noi, e lascia perdere il resto. I poveri? I poveri hanno le elezioni, ogni cinque anni! E la democrazia bellezza!
Il senatore dell’Utah e le sue priorità
Prendiamo un eletto dello Utah. Eletto, questa è la parte divertente, dagli abitanti dello Utah. Non dall’Ucraina. Non dal Congresso americano in senso astratto, non dal complesso industriale della difesa. Dagli abitanti dello Utah, che tra l’altro hanno problemi loro: sanità cara, inflazione, mutui. Un eletto normale, si direbbe, dovrebbe passare le sue giornate a combattere per loro.
E invece no. Si prodiga, si spende, si consuma, per l’Ucraina. Un paese che, per dovere di cronaca, si trova in un altro continente. Blocca provvedimenti, minaccia di bloccarne altri, mobilita energie politiche che per la sanità dei suoi elettori si sa che non ci sono. E la cosa più straordinaria? Nessuno trova questo strano. È normale. È legittimo. È quasi nobile. Il deputato che minaccia di bloccare i finanziamenti per dei satelliti militari usati da un esercito straniero è un uomo di principi; quello che se facesse lo stesso per gli ospedali del suo distretto sarebbe un demagogo.
La geografia della rappresentanza è mutata: i parlamentari rappresentano ancora i collegi, ma solo sulle questioni che non contano. Sulle questioni che contano, rappresentano chi paga.
L’interruttore della politica estera
E c’è un dettaglio che merita il sarcasmo migliore. I satelliti in questione appartengono, udite, non allo Stato, ma a un’azienda privata. Un CEO decide se un esercito alleato vede o non vede il campo di battaglia, e il Congresso scopre per caso, dai giornali, che la politica estera americana ha un pulsante con scritto sopra un nome di società. E il deputato, invece di chiedersi come abbiamo fatto ad arrivare a un sistema in cui le guerre si accendono e si spengono come un’app, chiede semplicemente che il pulsante venga premuto di nuovo, magari dal lato giusto. Per la cronaca il CEO in questione ha detto che decide la politica, il Presidente. E noi ci abbiamo creduto. Presidente che è stato eletto con i suoi soldi, del CEO.
Nessuno propone che le reti satellitari militari siano gestite dallo Stato. Nessuno propone che il potere di guerra torni a chi costituzionalmente ce l’ha. Si chiede solo che la lobby giusta vinca questa mano. È come scoprire che il giudice è corrotto e, invece di chiamare la polizia, scommettere su di lui.
La normalizzazione del vizio
Il punto centrale, però, è un altro: non è lo scandalo, è che non è più uno scandalo. Il lobbista non è una figura oscura da film noir, è un professionista iscritto a un albo, con biglietto da visita e pagina LinkedIn aggiornata. “Public affairs consultant”. “Government relations”. Eufemismi così raffinati che sembrano quasi rispettabili. E lo sono, perché tutti li usano: la deputata di ieri è la consulente di oggi, il ministro di domani è l’advisor di ieri, e tutti si stringono la mano sulla stessa soglia girevole, chiedendosi con aria innocente se qualcuno abbia mai visto conflitto di interessi, perché loro no.
Le Costituzioni liberali, le stesse che qualcuno ha letto, dicono che gli eletti servono la collettività. Il lobbying dice: la collettività è un’astrazione, i contratti sono concreti. E vince il lobbying, perché i contratti pagano gli studi che scrivono le leggi.
L’unica lobby possibile
Alla fine, la risposta più onesta al problema non sta a sinistra né a destra, ma in una constatazione scomoda: finché la voce di chi ha risorse si compra organizzazione e accesso, e la voce di chi non le ha no, ogni registro di trasparenza sarà un almanacco elegante di un’ingiustizia già commessa.
Esiste un solo lobbista che i poveri si possono permettere: l’eletto che si vergogna. Storicamente, una specie in via di estinzione, non protetta da alcuna convenzione, non finanziata da alcun fondo, e soprattutto, cosa che la dice lunga, non pagata da nessuno a difenderla.

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