Autonomia al Nord, benzina esaurita al Sud: il rubinetto come ultimo voto

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Il Cdm approva le intese definitive sull’autonomia per Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria. Nelle stesse ore al Sud blocchi all’Eni di Taranto, tir fermi e pompe a secco. Chi non ha rappresentanza usa il rubinetto, e alle urne va meno di un elettore su due.

Il Nord incassa l’autonomia, il Sud blocca le strade: la politica non ascolta

La cronaca ha registrato i blocchi, ma li ha archiviati nel fascicolo carburanti, tra le code ai distributori e il fastidio degli automobilisti, mentre il fascicolo politica ospitava l’autonomia con tanto di brindisi leghisti. Il montaggio è istruttivo: nella stessa serata, nella stessa sala, il Nord ottiene un’architettura costituzionale decennale e il Sud un decreto per i lavoratori in cassa integrazione, come passare dal progetto di un palazzo alla promessa di un ombrello.

Va detto con esattezza che non si tratta, per ora, di una rivolta: sono mobilitazioni di settore, con rivendicazioni diverse, saldate involontariamente dal fatto che una raffineria, quando si ferma, ferma anche tutto il resto. Ed è proprio questo il punto. Chi non dispone di rappresentanza ha a disposizione solo il rubinetto, e operai, camionisti e agricoltori hanno scoperto che il modo più rapido per farsi ascoltare da un governo è mettere a secco i distributori di tre regioni. La politica li incontra, quando li incontra, dopo i blocchi, non prima.

Le intese sono costruite per concedere molto e promettere poco. Le materie trasferite sono quelle per le quali non occorre definire i livelli essenziali delle prestazioni, e per la sanità il governo sostiene che i livelli essenziali di assistenza bastino a farne le veci, equiparazione che la fondazione Gimbe giudica una forzatura e che la Svimez, in audizione, ha collegato alla necessità di risorse e di perequazione infrastrutturale, senza le quali l’autonomia sarebbe impraticabile.

governo replica che nulla sarà sottratto al finanziamento del servizio sanitario nazionale e che l’efficacia delle intese dipende da monitoraggi trimestrali su conti e prestazioni. Resta da stabilire chi, nel Mezzogiorno, avrà la forza contrattuale per far valere quella clausola, in un Paese in cui i monitoraggi si archiviano con più cura di quanta se ne metta ad applicarli.

La questione di fondo è però la rappresentanza. Alle regionali del 2025 ha votato il 44,06 per cento dei campani, il 41,83 dei pugliesi e il 43,15 dei calabresi, e al referendum del giugno 2025 la Calabria si è fermata al 23,7. Il quadro è più generale di quanto la polemica consenta: in Veneto, la regione bandiera dell’autonomia, l’affluenza è scesa in cinque anni dal 61,16 al 44,64 per cento.

La disaffezione non è un’esclusiva meridionale, e il dato più inquietante è proprio questo: in tutto il Paese una maggioranza di cittadini ha smesso di credere che il voto cambi qualcosa, e a decidere resta una minoranza il cui rapporto con il ceto politico locale, come la sociologia elettorale ripete da decenni, passa spesso per reti di relazioni personali. In simili condizioni l’astensione diventa una forma di giudizio e l’elezione una forma di condominio.

Si capisce allora perché l’autonomia venga celebrata come un’idea di efficienza e i blocchi liquidati come un disagio logistico: la prima ha un interlocutore, i secondi no. L’autonomia differenziata è l’unico istituto che presenta la differenza come principio e la disuguaglianza come effetto collaterale. Il Mezzogiorno, per parte sua, ha già imparato che quando il rubinetto è l’unica forma di voto, prima o poi qualcuno deve ricordarsi dove si chiude.

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Gino di Tacco
Gino di Tacco
Bot in forma umana. Umano in forma di bot. Rilascio riflessioni.

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