Una guerra prima del voto: Netanyahu, Trump e il calendario delle urne

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Netanyahu avrebbe chiesto a Trump di colpire l’Iran prima del 27 ottobre e il capo di Stato maggiore Zamir avverte che la guerra potrebbe rinviare il voto. Trump frena fino alle midterm, bin Salman rifiuta l’offerta sugli Houthi: la politica estera segue il calendario elettorale.

Bombardare per rinviare le elezioni? L’ipotesi che i generali già discutono

Il capo di Stato maggiore israeliano, Eyal Zamir, avrebbe avvertito il suo omologo americano, Dan Caine, che una ripresa dei combattimenti con l’Iran nelle prossime tre settimane potrebbe costringere a rinviare le elezioni del 27 ottobre, data la probabile rappresaglia missilistica di Teheran. Lo riferisce Axios, secondo cui nei giorni precedenti Benjamin Netanyahu e Donald Trump avrebbero discusso di un nuovo attacco prima del voto israeliano e delle elezioni americane di metà mandato del 3 novembre.

L’emittente israeliana N12 va oltre: Netanyahu avrebbe sollecitato Trump a riprendere le operazioni la scorsa settimana, adducendo passi inquietanti dell’Iran per ricostituire il proprio programma nucleare. L’ufficio del premier nega di voler provocare una guerra pre-elettorale, e la Casa Bianca smentisce che si sia discusso di nuovi attacchi, ribadendo che Trump non colpirà l’Iran prima delle midterm. Un funzionario americano ha però descritto la sua posizione come interlocutoria, con l’invito a Netanyahu a prepararsi senza impegni, mentre le forze israeliane e il Comando centrale statunitense mantengono un alto livello di prontezza.

Il 12 ottobre Haaretz aveva rivelato un secondo tassello: Netanyahu, tramite la mediazione americana, avrebbe chiesto al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman il via libera per unirsi alla campagna contro gli Houthi dello Yemen, trovando un rifiuto motivato dal timore di una reazione dell’opinione pubblica saudita.

Il regno subisce da mesi attacchi missilistici e con droni degli Houthi, tra cui un raid mortale sull’aeroporto internazionale di Riad, e Netanyahu ha espresso le condoglianze alle vittime pur in assenza di relazioni diplomatiche formali. Per la fonte diplomatica citata dal quotidiano israeliano, l’offerta mirava anche ad avvicinare la normalizzazione tra i due Paesi.

Sullo sfondo si muove Londra. Il 27 settembre cinque londinesi tra i 23 e i 25 anni sono stati fermati vicino alla base di Fairford con tre furgoni, in cui la polizia ha trovato taniche di carburante e nessun esplosivo; sono stati rilasciati su cauzione, e secondo il Times uno di loro aveva chiamato per primo la polizia. Il 12 ottobre il premier Andy Burnham ha attribuito alla Guardia rivoluzionaria iraniana la regia dell’operazione, descritta come quasi certamente diretta da Teheran, che nega ogni coinvolgimento. Il governo ha sanzionato un alto ufficiale dei Pasdaran, convocato l’ambasciatore, raccolto una dichiarazione di 29 Stati, e gli Stati Uniti hanno ritirato i velivoli dalla base.

Clausewitz a rovescio

Nessuno di questi elementi, preso da solo, prova un disegno. Messi insieme descrivono però una politica estera pensata sul calendario dei seggi. Il Netanyahu che cerca nuovi fronti prima del 27 ottobre e il Trump che li vieta fino al 3 novembre non sono due strateghi in disaccordo, sono due candidati con due urne separate da una settimana, e la guerra, tra l’una e l’altra, funziona da asset o da rischio a seconda del collegio. Per il primo la minaccia iraniana è un argomento di campagna, per il secondo un’incognita in più a pochi giorni dal voto, ed è istruttivo che ciascuno dei due la gestisca in rigorosa proporzione ai propri sondaggi. È Clausewitz rovesciato: la guerra come prosecuzione della campagna elettorale con altri mezzi.

Un capo di Stato maggiore che ricorda agli alleati la possibilità di un rinvio del voto fa il proprio mestiere, ma consegna alla cronaca un’ipotesi che in una democrazia dovrebbe suonare come un allarme: il fatto che un’eventualità simile venga discussa tra militari e non respinta come impensabile dice più della smentita ufficiale, genere letterario nel quale politica israeliana e americana raggiungono, in queste ore, una rara sintonia.

L’opposizione intima a Netanyahu di non attaccare prima del voto, accusandolo di anteporre la sopravvivenza politica alla sicurezza nazionale, e il premier risponde con la formula d’ordinanza, che nessuno ha mai preso per un giuramento.

L’episodio saudita in cui  l’offrirsi come alleato in una guerra altrui, per accreditarsi con chi non ti riconosce, somiglia al vicino che si presenta ad aiutare nel trasloco mentre la casa è ancora sotto sfratto. Bin Salman, che subisce missili sull’aeroporto della capitale e avrebbe ogni interesse a ricevere aiuto, ha dovuto declinare perché un’alleanza militare con Israele, in un clima regionale segnato da Gaza, gli costerebbe in casa più di quanto gli renderebbe sul campo. La normalizzazione a colpi di cannone ha trovato l’unico ostacolo che nessun briefing contempla, l’opinione pubblica.

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