Impoverirsi per difendersi: il capolavoro dell’obbedienza europea

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Il 63% degli acquisti militari Ue va negli Usa, l’Italia importa il 93% delle armi da Washington e il 5% del Pil è fissato all’Aia. Si chiama autonomia strategica: è debito che passa per resistenza, dipendenza per sovranità e obbedienza per leadership.

L’Europa si riarma per essere libera e compra tutto in America

Il 78 per cento degli acquisti militari dei Paesi dell’Unione europea, dall’invasione russa dell’Ucraina fino a giugno 2023, è avvenuto fuori dall’Unione, e il 63 per cento negli Stati Uniti. Lo ha ricordato la Corte dei conti europea nell’analisi sulla politica di difesa pubblicata il 3 settembre, che tra gli ostacoli alla prontezza militare entro il 2030 elenca, accanto alla frammentazione dei sistemi nazionali e alle strozzature industriali, la persistente dipendenza da Washington.

I dati dello Stockholm International Peace Research Institute di marzo vanno nella stessa direzione: tra il 2021 e il 2025 gli Stati Uniti hanno fornito il 58 per cento dei grandi sistemi d’arma importati dai Paesi europei della NATO, quota che per l’Italia sale al 93 per cento.

La cornice è quella fissata al vertice dell’Aia nel giugno 2025, quando gli alleati, con Donald Trump a premere, si sono impegnati a investire il 5 per cento del Pil entro il 2035, di cui il 3,5 in spesa militare in senso stretto. L’Italia partiva dall’1,5 per cento del 2024, circa 33 miliardi: per arrivare al 3,5 dovrà superare i 100 miliardi annui, una sessantina in più, mentre l’osservatorio Milex stima in circa 220 miliardi la spesa aggiuntiva nel decennio rispetto a un assestamento al 2 per cento.

L’Unione ha risposto con ReArm Europe, ribattezzato Readiness 2030, che punta a mobilitare oltre 800 miliardi, e con il fondo SAFE da 150 miliardi di prestiti, che chiede di mantenere in Europa almeno il 65 per cento del valore dei componenti, salvo che i contratti firmati prima di giugno 2026 possono attingervi anche per comprare da aziende americane, come ha rivelato Investigate Europe. All’Italia erano stati assegnati 14,9 miliardi: il governo ne ha chiesti poco più di 8, e il 13 ottobre la Commissione ha approvato la richiesta, che attende ora il via libera del Consiglio.

Washington, intanto, ha messo nero su bianco la sua visione. La Strategia di sicurezza nazionale pubblicata il 5 dicembre 2025 indica come interesse fondamentale una rapida cessazione delle ostilità in Ucraina per ristabilire la stabilità strategica con la Russia, giudica irrealistiche le aspettative europee e ipotizza per il continente una cancellazione della civiltà entro vent’anni, pur continuando a pretendere il 5 per cento.

I Paesi dell’Est temono che l’invito a cercare un equilibrio negoziato venga letto da Mosca come un via libera. Già nell’agosto 2025, nella dichiarazione congiunta sui dazi al 15 per cento, l’Unione si era impegnata ad aumentare in modo sostanziale gli acquisti di equipaggiamento militare americano.

Sovrani in comodato d’uso

Il paradosso va guardato nella sua nudità contabile: si chiede a bilanci già provati di spendere somme senza precedenti in tempo di pace, per comprare in larga parte da chi quelle somme richiede, e si battezza il risultato autonomia strategica.

L’autonomia presupporrebbe un decisore, un nemico definito, obiettivi misurabili e una base industriale integrata, mentre gli eserciti europei impiegano 178 sistemi d’arma contro i 30 delle forze armate statunitensi e il Servizio di ricerca del Parlamento europeo stima che l’assenza di un approccio comune faccia evaporare 44 centesimi per ogni euro investito. L’efficienza che manca da una parte dell’Atlantico la incassa, con la discrezione dei grandi creditori, l’industria dall’altra.

Quanto all’impoverimento, non serve evocarlo con l’enfasi dei pamphlet, bastano i numeri. Con il debito pubblico al 138 per cento del Pil a marzo, il governo italiano porterà secondo Investigate Europe la spesa militare da 45 a 61 miliardi in due anni, mentre nel dibattito sulla manovra circolano ipotesi di rinviare l’alleggerimento dell’Irpef e di intervenire ancora sulla rivalutazione delle pensioni. Nessuno dichiara un nesso, ed è precisamente il punto: le armi viaggiano su un binario del discorso pubblico, i sacrifici su un altro, e vengono presentati come eventi indipendenti, quasi fenomeni meteorologici.

La formula morale che regge l’edificio, difendere la democrazia, funziona come un certificato di garanzia: chiude la discussione prima che cominci. Persino la nuova dottrina di Washington, che dovrebbe essere la nostra stella polare, considera l’Europa un alleato poco affidabile e al contempo la tratta da fornitore di capitali. Leadership, in questo schema, significa recepire con tempestività: Giorgia Meloni rivendica che l’Italia non è nell’Ue «per dire sempre di sì», e all’Aia ha dato il sì più oneroso del decennio, definendolo sostenibile.

Sarebbe comodo liquidare tutto come illusione ottica, e sbagliato: una potenza nucleare che combatte da quasi cinque anni ai confini dell’Unione non è un’invenzione retorica, e polacchi e baltici hanno ragioni storiche per non fidarsi di un equilibrio deciso altrove. Riconoscere il rischio non coincide però con farne l’alibi per non discutere né il prezzo né il beneficiario. Se l’invasione di Berlino e Parigi fosse davvero all’orizzonte, ci si aspetterebbe un comando europeo, una base industriale europea, un’intesa su che cosa e chi difendere; se non lo è, la paura resta un collante eccellente per una politica industriale di ripiego, dopo le difficoltà su transizione verde e auto elettrica.

Il capolavoro, a ben vedere, sta nel racconto: aver fatto passare il debito per resistenza, la dipendenza per sovranità e l’obbedienza per leadership. Resta da vedere chi risponderà al telefono, nel giorno in cui servirà davvero, e in quale lingua.

 

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Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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