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Quando il potere cambia dizionario: la violenza che si traveste da marketing

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Il dominio contemporaneo passa anche dal linguaggio: inglesismi e retorica manageriale trasformano la persecuzione politica in “character assassination”. Così il conflitto viene depoliticizzato e il potere reso presentabile.

Il potere cambia dizionario

Alexandro Sabetti & Ferdinando Pastore

Il potere non si limita a decidere; prima ancora insegna come nominare ciò che decide. È una lezione antica, ma sempre attuale: chi controlla il vocabolario governa anche l’orizzonte del pensabile. L’egemonia contemporanea non passa soltanto attraverso leggi, algoritmi o apparati repressivi, ma attraverso una lenta, metodica riscrittura delle parole. Non le vieta: le svuota. Non censura apertamente: ribrandizza. È qui che il linguaggio diventa il primo terreno di disciplinamento.

L’adozione sistematica di inglesismi non è un vezzo stilistico né una semplice apertura internazionale. È un dispositivo ideologico. Il lessico anglo-manageriale introduce una forma di autorità che si presenta come neutra, tecnica, inevitabile. Dietro il paravento dell’efficienza e del pragmatismo, si impone una visione del mondo che esclude il conflitto e naturalizza il comando. La politica si traveste da management, il potere da procedura, la violenza simbolica da strategia comunicativa.

In questo quadro, le parole tradizionali risultano improvvisamente inadeguate, persino imbarazzanti. Suonano vecchie, troppo cariche di storia, e soprattutto troppo esplicite. Così vengono sostituite da espressioni più eleganti, levigate, apparentemente innocue. Il risultato è una lingua che non descrive più la realtà, ma la anestetizza.

Dal conflitto alla reputazione: la violenza che non osa dire il suo nome

Un esempio emblematico è la sostituzione di “persecuzione politica” con l’espressione “character assassination”. Il passaggio non è neutro. La persecuzione evoca apparati, responsabilità, intenzionalità politica. Rimanda a una tradizione storica precisa, fatta di repressione, esclusione e punizione del dissenso. È una parola scomoda, perché chiama in causa il potere per ciò che è.

“Character assassination”, invece, sposta tutto sul piano individuale e reputazionale. Non c’è più un conflitto politico, ma un problema di immagine. Non c’è repressione, ma una gestione aggressiva della comunicazione. Il dissidente non è più un oppositore, ma un soggetto con una reputazione difettosa. E chi lo colpisce non è un apparato, bensì un generico ecosistema mediatico che “fa il suo lavoro”.

È significativo che la persecuzione resti una categoria utilizzabile quasi esclusivamente per gli altri: per i dissidenti russi, per le dittature conclamate, per i regimi certificati come tali. In casa propria, invece, il linguaggio si fa improvvisamente sofisticato, prudente, aziendalizzato. Qui la violenza non scompare: cambia packaging. Diventa storytelling.

La funzione è evidente: depoliticizzare il conflitto rendendolo compatibile con una narrazione liberale e performativa. Se tutto è reputazione, nulla è più potere. Se tutto è comunicazione, nulla è più repressione. È una forma di maccartismo senza liste nere, ma con campagne mediatiche; senza tribunali speciali, ma con editoriali indignati.

Cosmopolitismo da rivista patinata e anestesia della coscienza

Questa lingua trova il suo habitat naturale in una produzione editoriale che ama definirsi cosmopolita. Periodici dalla postura internazionale, dall’estetica newyorkese, pensati più per essere esibiti che letti. Sono oggetti di arredo simbolico, strumenti di distinzione sociale, perfetti per i tavolini dei lounge bar ben frequentati. La scrittura è fluida, brillante, disseminata di termini inglesi che funzionano come certificati di modernità.

Ma così, anche la violenza politica diventa un tema da conversazione leggera. Un argomento tra gli altri, trattato con la stessa nonchalance di una nuova linea metropolitana o di un festival culturale. Il linguaggio, così, non informa né chiarisce: normalizza. Trasforma l’eccezione in routine, l’abuso in tendenza, la repressione in format.

Il risultato è una progressiva colonizzazione dell’immaginario. Quando non siamo più in grado di chiamare le cose con il loro nome, non è perché manchino le parole, ma perché è venuta meno la volontà di usarle. La perdita di coscienza politica passa anche da qui: dall’accettazione di una lingua che rende il dominio elegante, presentabile, persino cool.

Non è un impoverimento lessicale, ma un raffinamento tossico. Una lingua che sa tutto, tranne ciò che dovrebbe dire. E quando la persecuzione diventa “character assassination”, il problema non è l’inglese: è ciò che quella parola ci impedisce di vedere.

 

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parole ribelli, menti libere

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