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Approvato il 22° pacchetto di sanzioni Ue alla Russia: quasi 1.600 nuovi nomi, oltre la metà legati ai missili balistici. Ma dopo ventidue elenchi la lista cresce e la strategia no: Bruxelles sanziona per colmare il vuoto di una politica estera che non c’è.
Più sanzioni, meno strategia: il cogito di Bruxelles
Quasi 1.600 nuove voci in un solo colpo: è questo il peso del ventiduesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, adottato lunedì 12 ottobre dai ministri degli Esteri dei Ventisette, che hanno ratificato l’intesa già raggiunta dagli ambasciatori degli Stati membri. Secondo i numeri forniti dall’alta rappresentante Kaja Kallas e ripresi dalla radiotelevisione svizzera RSI, gli inseriti in lista sono 743 persone e 826 tra aziende ed entità, colpite da divieto d’ingresso e congelamento dei beni in territorio europeo.
Più della metà delle designazioni riguarda la filiera di produzione dei missili balistici. Kallas ha definito l’operazione il più ampio ampliamento dell’elenco dall’inizio del conflitto, con l’obiettivo di rendere per Mosca produrre armi «più difficile, più lento e più costoso», aggiungendo che l’Europa mostra ancora una volta un fronte comune.
La cadenza è ormai quella di una catena di montaggio: il sedicesimo pacchetto, varato quando la guerra entrava nel quarto anno, porta la data del 24 febbraio 2025, e da allora ne sono stati approvati altri sei in meno di venti mesi. In precedenza la stessa Kallas aveva appoggiato l’iniziativa di Donald Trump per una tregua energetica, sostenendo che il modo migliore per fermare gli attacchi ucraini contro le raffinerie russe sia porre fine al conflitto.
Sanziono, dunque esisto
Ventidue pacchetti in quattro anni e otto mesi di guerra. Ogni nuovo elenco viene presentato come il più ampio, il più incisivo, il più compatto, e la progressione aritmetica prende il posto dell’argomento: se i nomi aumentano, se ne deduce che aumenta l’effetto, senza che nessuno si prenda la briga di dimostrarlo. Le attese dei primi mesi, quando si evocava il collasso dell’economia russa, sono state archiviate in silenzio, e l’obiettivo dichiarato oggi è rallentare e rincarare la produzione di missili, formula che ha il pregio di non poter essere mai smentita, perché qualunque ritardo, anche di un giorno, passa per successo.
Il problema non è lo strumento in sé, legittimo e talvolta efficace quando colpisce catene di fornitura precise. Il problema è che la sanzione è diventata l’unica grammatica di una politica estera che non ne possiede altre. Bruxelles non media, non propone un assetto di sicurezza, non siede ai tavoli in cui si decide, e dunque compila: 743 persone, 826 entità, un catasto della colpa che ricorda le tassonomie ottocentesche, con la differenza che i naturalisti almeno classificavano specie esistenti.
Intanto l’alta rappresentante sostiene una tregua energetica pensata a Washington, il che equivale ad ammettere che la partita si gioca altrove, mentre l’Unione risponde con ciò che sa fare meglio, cioè un comunicato in più.
Il rito, poi, nasconde le sue crepe a fatica. Ogni pacchetto esige l’unanimità, e il quindicesimo, ricordano le cronache, uscì ridimensionato per le resistenze di Budapest. Eppure la formula obbligata resta il fronte comune, e chi deve ribadirlo a ogni passaggio ammette, con involontaria onestà, che comune non lo è mai del tutto. Quanto all’efficacia, già con il diciassettesimo il Financial Times segnalava società vietnamite, turche e serbe impegnate ad aiutare Mosca nell’elusione. Ne discende una verità poco gradita: la lista si allunga perché l’aggiramento si moltiplica, e l’aggiramento si moltiplica perché la lista si allunga.
Una politica che misura la propria esistenza in righe aggiunte a un elenco non sta governando la guerra, la sta archiviando. Resta da capire quando un continente che da quasi cinque anni risponde con lo stesso gesto smetterà di chiamarlo strategia per riconoscerlo come un tic.

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