Gaza, la tregua che uccide quattro persone al giorno

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A un anno dal cessate il fuoco a Gaza: oltre 1.400 morti secondo il ministero della Salute, un confine che avanza fino al 70% del territorio e un accordo fermo alla prima fase. Disarmo prima del ritiro, ritiro prima del disarmo: la tregua è un circolo logico.

Una tregua con 1.400 morti e un confine che avanza

Più di 1.400 morti in dodici mesi di tregua: è la contabilità del ministero della Salute di Gaza a un anno dall’accordo mediato dagli Stati Uniti, in vigore dal 10 ottobre 2025. L’Ufficio ONU per i diritti umani nei territori palestinesi, che conta soltanto i decessi verificati caso per caso, ne ha accertati 1.076 fino alla fine di luglio, tra cui 268 minori, e 331 nei pressi della cosiddetta linea gialla, il limite interno alla Striscia oltre il quale operano le truppe israeliane. Save the Children e più di cento organizzazioni umanitarie sostengono che l’intesa esista ormai soltanto sulla carta.

Quella linea, tracciata per lasciare a Israele il 53 per cento del territorio, si è spostata progressivamente verso l’interno. Secondo le Nazioni Unite non esiste nemmeno più un confine unico e identificabile, e le stime sull’area controllata dall’esercito oscillano tra il 65 e il 70 per cento, soglia che Benjamin Netanyahu ha indicato come obiettivo. Nella zona presidiata, ricostruisce il Post, sono state costruite almeno trenta postazioni, un terzo delle quali dopo il cessate il fuoco, mentre le demolizioni proseguono: una giornalista del Wall Street Journal al seguito dei militari non vi ha trovato traccia di edifici. Nell’insieme della Striscia, tra l’80 e il 90 per cento delle costruzioni risulta raso al suolo.

Dell’accordo è stata completata soltanto la prima fase, lo scambio tra ostaggi e detenuti palestinesi. Restano irrealizzati il ritiro graduale, il disarmo di Hamas, il governo di transizione e la forza internazionale di stabilizzazione, mentre il comitato tecnico incaricato di amministrare Gaza si trova ancora al Cairo. Il nodo è la sequenza. Il 9 agosto Netanyahu ha respinto la tabella di marcia in quindici punti del Board of Peace voluto da Donald Trump, affermando che l’esercito non lascerà il territorio finché Hamas non sarà disarmata davvero, per timore che il movimento ricostruisca la propria infrastruttura. Hamas, che a luglio aveva accettato il piano, condiziona il disarmo all’adempimento degli impegni israeliani, ritiro compreso. Il 27 ottobre Israele va al voto per la prima volta dopo il 7 ottobre 2023.

Sul terreno, i valichi restano quasi chiusi: Kerem Shalom a sud lascia passare le merci, Rafah serve soprattutto a chi deve curarsi, e medicinali e materiali edili sono bloccati perché considerati a duplice uso. Il rapporto ONU di fine settembre indica nel 94 per cento la quota di popolazione che ha bisogno di un riparo, e nel 65 per cento chi vive in tende inadeguate all’inverno. Per Amnesty, nessun ospedale è pienamente operativo e 1,4 milioni di persone patiscono una grave crisi alimentare.

Il cessate il fuoco a condizione

Chiamarla tregua richiede ormai una certa creatività: un’intesa che convive con quasi quattro morti al giorno, se si divide il bilancio per i giorni dell’anno, è un’invenzione diplomatica più che un fatto militare. Cessano i comunicati, non i raid. La grammatica dell’accordo poggia su due clausole che si sospendono a vicenda, e ciascuna rende l’altra impossibile: Hamas si disarma dopo il ritiro, Israele si ritira dopo il disarmo. È un circolo logico perfetto, di quelli che nei corsi di filosofia si assegnano come esercizio e nella diplomazia si firmano come accordi, con una differenza non trascurabile, e cioè che in Gaza l’esercizio lo svolgono due milioni di persone.

La sospensione conviene a più d’una parte. Netanyahu, secondo la CNN, ha indicato nelle elezioni l’ostacolo per accettare il piano americano, stretto tra Washington, che vuole un’uscita presentabile, e un’estrema destra che non ne vuole una affatto: Itamar Ben-Gvir ha dichiarato in un podcast «Inshallah, colonizzeremo tutta Gaza», mentre Bezalel Smotrich esclude ogni ricostruzione prima dello smantellamento totale di Hamas. Tenere ferma la linea, anzi spostarla un poco ogni mese, risolve il dilemma senza prendere alcuna decisione, e il rinvio diventa così la politica.

Resta il punto della sicurezza, che andrebbe preso sul serio perché non è una favola: il timore di una ricostituzione militare di Hamas e di tunnel mai bonificati ha fondamenti concreti, e in alcune aree il movimento conserva funzioni parastatali, con certificati, tasse e una polizia propria, a conferma che il vuoto istituzionale lo riempie l’unico attore armato disponibile.

Ma una fascia di rispetto non spiega la demolizione sistematica di ogni edificio né il veto sul cemento in una terra di macerie, e quando l’area inabitabile raggiunge il 70 per cento, concentrando due milioni di persone in poco più di un quarto di una striscia già tra le più dense del pianeta, il risultato conta più dell’intenzione dichiarata.

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