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Gli Houthi tornano a colpire l’Arabia Saudita con missili e droni, mettendo sotto pressione difese, infrastrutture e rotte energetiche. Riad dispone di risorse enormi, ma la superiorità militare non basta a vincere una guerra senza una soluzione politica.
Gli Houthi mettono in crisi l’Arabia Saudita: missili, droni e i limiti della potenza militare
L’Arabia Saudita dispone di una delle maggiori capacità finanziarie del Medio Oriente, acquista armamenti sofisticati e può contare sull’appoggio degli Stati Uniti. Eppure la guerra contro Ansarallah, i cosiddetti Houthi yemeniti, sta dimostrando quanto possa essere fragile la sicurezza di una potenza quando l’avversario riesce a colpire infrastrutture strategiche con missili e droni, imponendo costi militari ed economici sproporzionati rispetto alle proprie risorse.
Il 9 ottobre, secondo Reuters, attacchi missilistici rivendicati dagli Houthi hanno colpito l’area dell’aeroporto di Riad, causando tre morti e diversi feriti, danneggiando un velivolo e provocando disagi ai collegamenti aerei. La coalizione saudita ha risposto con raid contro postazioni yemenite, sostenendo di aver distrutto piattaforme di lancio. Anche oggi nuove notizie di attacchi contro l’aeroporto della capitale hanno confermato l’aggravarsi della crisi, con conseguenze sulla sicurezza dei trasporti e sulle attività economiche.
La nuova escalation si inserisce in un conflitto che sembrava essersi almeno parzialmente congelato dopo la tregua informale del 2022. A luglio, i missili Houthi avevano già ripreso a colpire obiettivi sauditi, dopo che il movimento aveva accusato Riad di aver bombardato l’aeroporto di Sanaa. Gli attacchi rivendicati contro le città meridionali saudite avevano segnato la rottura di anni di relativa calma lungo il confine.
La questione non riguarda soltanto il numero dei missili intercettati o dei bersagli raggiunti. La capacità di combinare vettori differenti, costringere le difese a reagire su più direzioni e mantenere sotto pressione infrastrutture civili e strategiche può trasformare la superiorità tecnologica dell’avversario in un vantaggio assai meno decisivo di quanto suggeriscano i bilanci militari.
Gli Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno sviluppato capacità missilistiche e aeronautiche senza disporre delle risorse di uno Stato come l’Arabia Saudita. Il sostegno di Teheran è un elemento rilevante, ma non esaurisce la spiegazione: contano anche l’organizzazione del movimento, la sua esperienza bellica e la capacità di sfruttare la geografia yemenita. L’esito è una guerra nella quale Riad può infliggere danni pesanti senza riuscire a eliminare la minaccia.
La superiorità militare che non basta a vincere
Il problema saudita è strutturale. Intercettare un missile significa disporre di sistemi funzionanti, radar capaci di rilevare la minaccia, personale addestrato e munizioni disponibili. Ma significa anche poter individuare il vettore in tempo utile, stimarne la traiettoria e decidere come contrastarlo. Quando gli attacchi si moltiplicano, la difesa deve scegliere come distribuire risorse necessariamente finite.
È la logica della saturazione: non occorre necessariamente distruggere ogni sistema difensivo, se si riesce a costringerlo a impegnare simultaneamente sensori, lanciatori e intercettori. La disponibilità di droni relativamente economici accanto a missili più complessi può aggravare il problema, obbligando chi si difende a sostenere costi elevati per proteggere un territorio vasto e numerose infrastrutture.
Le cifre circolate sulla disponibilità saudita di intercettori non possono essere assunte come dati certi senza una fonte indipendente, in ogni caso si parla di qualche centinaia. Il problema strategico, tuttavia, è evidente: le scorte di munizioni non sono illimitate, mentre la loro produzione e il loro rifornimento richiedono tempo. Anche un Paese ricco può trovarsi davanti a una scelta difficile tra proteggere le città, difendere gli impianti energetici e mantenere operativa la propria capacità militare.
Il ricorso agli alleati non risolve automaticamente questa vulnerabilità. Stati Uniti, Turchia e Pakistan possono offrire sostegno politico, sistemi difensivi e cooperazione militare, ma un coinvolgimento più diretto comporterebbe nuovi rischi di escalation.
Il 12 ottobre Reuters ha riferito della condanna degli attacchi Houthi da parte di Turchia, Pakistan, Egitto e Arabia Saudita, oltre che della disponibilità turca a fornire sostegno difensivo e tecnico. Questo non equivale, però, a un impegno già assunto per una guerra offensiva in Yemen.
Riad intrappolata tra la guerra e il conto economico
Il principe ereditario Mohammed bin Salman si trova davanti a un dilemma che il denaro, da solo, non può risolvere. Accettare un compromesso che consolidi il potere degli Houthi significherebbe riconoscere i limiti della campagna saudita e rinunciare a una parte degli obiettivi perseguiti in Yemen. Proseguire l’offensiva, invece, significa esporsi a nuove perdite, consumare risorse e mantenere il territorio nazionale sotto la minaccia di attacchi capaci di compromettere trasporti, infrastrutture e investimenti.
La posta in gioco supera i confini yemeniti. Il controllo delle coste del Mar Rosso e dello stretto di Bab el-Mandeb interessa il commercio internazionale e il trasporto di energia. L’instabilità della regione si somma alle tensioni nello stretto di Hormuz, creando un quadro nel quale le minacce alle rotte marittime possono ripercuotersi sui mercati e sui costi energetici globali. Oggi il prezzo del Brent è superiore ai 100 dollari al barile.
È qui che la strategia saudita incontra il suo limite più serio: una guerra può essere sostenibile militarmente per un certo periodo e diventare politicamente ed economicamente insostenibile se non produce risultati decisivi. Il regno ha risorse per continuare a combattere, ma deve anche preservare la credibilità del proprio progetto di modernizzazione, attrarre capitali e garantire che le grandi ambizioni economiche non vengano soffocate da una crisi permanente della sicurezza.
L’Iran ricava un vantaggio strategico dalla pressione esercitata attraverso i suoi alleati regionali, ma sarebbe riduttivo considerare gli Houthi semplici esecutori di ordini impartiti da Teheran. Il movimento possiede interessi propri, una struttura di potere radicata nello Yemen e una capacità autonoma di condizionare il conflitto. Ignorare questa dimensione significa sopravvalutare il potere di una trattativa tra grandi potenze e sottovalutare gli attori locali che possono sabotarla.
Donald Trump e Benjamin Netanyahu non possono essere considerati gli unici responsabili di una guerra che ha radici profonde e molteplici protagonisti. Le loro scelte militari e regionali, tuttavia, contribuiscono a determinare un contesto nel quale le crisi si alimentano reciprocamente e ogni escalation apre nuovi fronti. Presentare la forza militare come soluzione universale significa confondere la capacità di colpire con quella di governare le conseguenze.
Riad può continuare a bombardare, acquistare armamenti e chiedere sostegno agli alleati, ma se non riesce a trasformare la pressione militare in un accordo sostenibile rischia di pagare sempre di più per ottenere sempre meno. Nessun assegno, neppure saudita, può comprare una vittoria che la politica non è in grado di costruire.

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