La tregua che Zelensky ha letto sui social: Trump annuncia, Mosca incassa

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Trump annuncia una tregua energetica Mosca-Kiev e Zelensky lo apprende dai media; la Russia tace e bombarda. Due giorni prima Washington aveva sospeso le sanzioni sul diesel russo per sei mesi. A Mosca l’anticipo, a Kiev la pace sui social e il conto delle elezioni.

Tregua energetica, il bluff: Putin riceve l’anticipo e tace

Una tregua che il presidente americano dichiara in vigore e che una delle due parti scopre dai giornali ha, almeno, il pregio dell’originalità: la diplomazia conosceva accordi firmati, ratificati e violati, mai prima la pace annunciata all’insaputa dei belligeranti.

Domenica 11 ottobre Donald Trump ha scritto sul suo social Truth che con effetto immediato era in vigore un cessate il fuoco energetico nella guerra tra Russia e Ucraina, accettato da entrambe le parti, senza fornire dettagli su condizioni, durata e controlli. Volodymyr Zelensky ha dichiarato ad Axios che per lui era una novità, ma che l’Ucraina sarebbe pronta ad accettare se la Russia fosse d’accordo, chiedendo che gli si dica quando inizia. Ha aggiunto che Kiev smetterebbe di colpire le raffinerie russe se Mosca cessasse di bersagliare i siti energetici ucraini, a patto che ogni misura sia reciproca e sostenuta da garanzie.

La replica di Mosca è stata il silenzio, mentre Axios ha scritto che la Russia non ha accettato alcuna forma di cessate il fuoco, e che il post di Trump alludeva a un possibile accordo per cui entrambe le parti smetterebbero di attaccare le raffinerie. La formula «raffineria per raffineria» è sbilanciata, perché l’Ucraina ha una sola raffineria di petrolio, attaccata più volte e non pienamente operativa, mentre la Russia ne ha molte. Dopo l’annuncio, ha denunciato Zelensky, un drone Shahed ha colpito una centrale elettrica a Kiev e altri attacchi hanno raggiunto infrastrutture energetiche nella regione di Kharkiv.

Il contesto però spiega l’annuncio. Venerdì 9 ottobre Trump aveva parlato con Putin e proclamato un accordo sul diesel, mentre il Tesoro americano sospendeva per sei mesi le sanzioni sulle forniture di gasolio russo ai mercati mondiali. Secondo Axios, il presidente ha agito dopo che Zelensky aveva ignorato le sue richieste di fermare gli attacchi alle raffinerie russe, che spingono in alto i prezzi dell’energia anche negli Stati Uniti, e un funzionario americano avrebbe osservato che Trump non mette sullo stesso piano questi attacchi e quelli russi alla rete elettrica ucraina. Il Kyiv Independent aveva scritto poche ore prima che la Russia chiedeva a Washington una revoca almeno parziale delle sanzioni per accettare una sospensione dei bombardamenti reciproci sulle infrastrutture energetiche.

La delegazione ucraina, a Miami per otto ore di colloqui con Steve Witkoff e Jared Kushner, ha lasciato la città in anticipo, e Kiev sostiene di essere stata avvisata a ridosso dell’annuncio. Zelensky ha definito la sospensione delle sanzioni «una decisione debole» e ha avvertito che la Russia «ripagherà» il diesel con altro terrore, mentre i raid su Zaporizhzhia hanno provocato venti morti. Trump ha poi dichiarato che è ora che l’Ucraina abbia un nuovo presidente, e il Financial Times riferisce che Washington ha ventilato la sospensione della condivisione di intelligence. Zelensky ha risposto che spetta agli ucraini scegliere il proprio leader e che, se Putin concedesse una tregua di sessanta giorni, organizzerebbe le elezioni. Da Varsavia Donald Tusk ha assicurato solidarietà, e Ursula von der Leyen ha sostenuto il cessate il fuoco su cibo ed energia.

Il diesel elettorale: la pace a mezzo social

Se ne ricava una sequenza che non ha bisogno di retroscena. Il venerdì Washington toglie le sanzioni, la domenica annuncia la tregua, e a Mosca, che avrebbe chiesto proprio quella contropartita, basta non rispondere. Un negoziato in cui una parte incassa l’anticipo e rinvia la prestazione è più un’operazione commerciale che un accordo di pace, e a risultare sorpresa è, nell’ordine, la parte che dovrebbe farne uso.

Dietro il linguaggio solenne c’è un conto più prosaico. Con le elezioni di metà mandato in vista e i carburanti rincarati dalla guerra in Medio Oriente e dal blocco di Hormuz, le raffinerie russe diventano un problema di prezzi alla pompa, e la resistenza ucraina, pur legittima, finisce giudicata dal listino del distributore. È la pace secondo la politica dei consumi: la sovranità di un Paese in guerra pesata sul prezzo del gasolio.

Sulle elezioni, infine, il problema esiste ma è posto al contrario. Votare in tempo di guerra è un’impresa seria, e Zelensky si è detto pronto a farlo dopo una tregua di sessanta giorni; chiedere un cambio di leadership mentre si alleggeriscono le sanzioni all’aggressore somiglia però meno a un appello alla democrazia e più a una richiesta di trovare un interlocutore più docile. Spetta agli ucraini scegliere il proprio leader, e questo, fin qui, non è mai stato un principio da negoziare in cambio di barili.

Un cessate il fuoco è un accordo tra due parti, e quando una lo apprende dai social e l’altra tace resta un annuncio. La tregua, dice il presidente americano, è in vigore. Il diesel, a differenza della tregua, ha già trovato il suo destinatario.

 

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