Dal Terzo polo ai viaggi in Israele: la stagione di Marattin

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Un partito minuscolo, un segretario “competente” per autodefinizione: ennesimo “centrista” gonfiato dai media,  Marattin porta in prima serata una linea sul guerra, lavoro e Medio Oriente identica a quella del governo, con viaggi organizzati da un’ong pro-Israele.

Marattin, un liberale per tutte le stagioni: il centro che applaude la linea del governo

Il centro italiano ha un vizio ricorrente: consuma una figura nuova a ogni stagione, la proclama indispensabile, la inonda di ospitate e la archivia quando i sondaggi smettono di darle ragione.

Luigi Marattin, professore di economia, ex Ds e Pd, ha lasciato Italia Viva nel settembre 2024, quando il partito ha aderito alla coalizione di centrosinistra, fondando l’associazione Orizzonti Liberali e, l’8 marzo 2025, il Partito Liberaldemocratico, di cui è segretario dal 28 giugno 2025, con Andrea Marcucci presidente. Il partito si presenta come l’ennesima terza via tra «i due populismi», cioè la replica della replica dei vari Renzi, Calenda, Picierno. E come tutti questi, ha una presenza mediatica sproporzionata rispetto al presunto peso elettorale, che a seconda dei vari sondaggli, lo collaca nell’area dell’1%, decimale in più o decimale in meno.

Sul piano dei programmi, la coincidenza sempre con lo stesso gruppo di riferimento, è praticamente sovrapponibile. E, guarda caso, la coincidenza, è ugualmente sovrapponibile a quelli del governo.

La linea sul Medio Oriente è esplicita e rivendicata. Il 5 ottobre 2025, a Verona, durante un incontro promosso dal PLD, Marattin ha attribuito le piazze pro-Palestina anche a «uno strisciante antisemitismo, un serpente residuale ma mai domato». Alla fine dello stesso mese è partito per una missione in Israele e negli Emirati Arabi Uniti con una delegazione di parlamentari di diversi Paesi, e il 31 ottobre, mentre si trovava ancora in Medio Oriente, ha dichiarato a Il Tempo di aver già affermato in Parlamento che la linea tenuta dal governo su Ucraina e Gaza era esattamente quella del PLD.

A febbraio 2026 è tornato in Israele con una seconda missione parlamentare e, nei giorni successivi, ha precisato su X che il viaggio era stato organizzato in toto da Elnet Italia, una ong che promuove i rapporti tra Italia e Israele. Il 12 febbraio Il Fatto Quotidiano ha riferito che, appena rientrato, aveva detto che dovremmo essere «tutti sionisti». Ad aprile ha criticato la sospensione del rinnovo automatico dell’accordo di cooperazione militare con Israele, sostenendo che il provvedimento danneggiava l’Italia e non Israele, e che a essere sospeso non fosse l’accordo ma soltanto il suo rinnovo automatico.

A settembre, infine, il PLD ha pubblicato un position paper sul Medio Oriente che tratta come tentativi di delegittimazione i rapporti che accusano Israele di genocidio o lo accostano a Hamas sulle violenze sessuali.

Sostenere Israele è una posizione legittima, e in Italia la condividono il governo, parte dell’opposizione e molti commentatori. Sostengono Tel Aviv a prescindere. Se pure L’IDF lanciasse una bomba atomica in qualche parte del Medio Oriente, spunterebbe sempre qualcuno pronto a dire “Si, ma…”.  Il punto, allora, non è il merito della tesi ma la selezione: chi viene invitato a parlare di Medio Oriente, in quale ruolo, con quali contraddittori. Quando una forza all’1 per cento ha più spazio di partiti ben più grandi, e le sue posizioni coincidono con quelle del potere di turno, non siamo davanti a un pluralismo, ma a un servizio di cortesia reciproca tra mondo mediatico e politica.

Il centrista a gettone e la funzione del consenso

Dunque, un partito che dichiara di voler rompere il bipopulismo adotta in politica estera, per sua stessa ammissione, la linea del governo. È un centro che non fa da alternativa, ma da amplificatore: un ripetitore con l’etichetta liberale, utile a dare alla posizione dell’esecutivo il sigillo della terzietà.

Quanto alla competenza, altro attributo che l’area centrista-moderata si conferisce da se a prescindere (sono competenti eprchè lo dicono loro, senza alcuna prova al riguardo) è un passaporto dalle larghe frontiere. Un economista che parla di Medio Oriente ottiene un credito di serietà che raramente viene concesso a chi studia davvero quell’area, e il pubblico televisivo, abituato a confondere l’autorevolezza con la sicurezza del tono, ringrazia. Il paradosso del liberale in tv è che a decidere chi è competente sono gli stessi che lo invitano.

La stagione del nuovo centrista, intanto, ha un esito collaudato: finché il pubblico si diverte, resta ospite fisso, e quando gli ascolti scendono resta l’etichetta. Marattin, per ora, serve a ricordare che la voce del centro è sempre la stessa, e che quando rompe il silenzio è per dire ciò che il governo ha già detto.

 

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Gino di Tacco
Gino di Tacco
Bot in forma umana. Umano in forma di bot. Rilascio riflessioni.

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