Armi, welfare e firme: il campo largo risolve l’impossibile a parole

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Il campo largo firma il no al riarmo, ma sull’Ucraina resta diviso e promette welfare senza chiarire come finanziarlo. Tra vincoli NATO, miliardi da reperire e contabilità creativa, l’unità delle opposizioni rischia di essere soltanto una formula elettorale.

Il campo largo dice no al riarmo, ma sì alla NATO: la matematica non vota

Giusepp Conte si dice “veramente orgoglioso” di avere compattato le opposizioni sul no al riarmo, Elly Schlein battezza la risoluzione sul Documento programmatico di finanza pubblica come la prima bozza del programma dell’alleanza, e in calce compare anche la firma di Matteo Renzi, la cui distanza dal resto della compagnia su armi e politica estera è registrata dalle stesse cronache che celebrano l’unità.

Sull’Ucraina, naturalmente, l’unità si ferma alla porta: Boccia spiega che unità non significa uniformità, Provenzano che il nodo non si scioglie dalla sera alla mattina, mentre i riformisti dem fanno sapere che l’Italia continuerà ad armare Kiev e Conte ne esclude l’idea stessa.

Nel frattempo Paolo Gentiloni, ospite di In Onda il 4 ottobre, in una frase che il Fatto ha ripreso soltanto il 12, otto giorni dopo la messa in onda, ha detto di escludere che l’Italia possa tirarsi indietro dal sostegno all’Ucraina, ha definito complicatissimo andare frontalmente contro l’orientamento europeo e ha consigliato a chi avesse dubbi di “telefonare a Orbán e chiedere come gli è andata”. Il leader ungherese, ricordiamolo, ha perso le elezioni del 12 aprile dopo sedici anni di governo, ammesso che si possa attribuire la caduta alla sola questione ucraina.

La sequenza è un trattato di semiotica: il significante “no al riarmo” campeggia nel testo firmato, il significato abita altrove, e il referente, cioè i miliardi, non è stato invitato. Il vertice NATO dell’Aia, con Donald Trump a premere, ha fissato il 5 per cento del Pil entro il 2035, di cui il 3,5 in spesa militare in senso stretto. L’Italia partiva dall’1,5 per cento del 2024, circa 33 miliardi: per arrivare al 3,5 servono oltre 100 miliardi nel 2035, una sessantina in più, e l’osservatorio Milex stima in circa 220 miliardi la spesa decennale aggiuntiva rispetto a una permanenza al 2 per cento. A questi numeri si risponde con tre espedienti, il debito, una clausola di salvaguardia che dura quattro anni e la riclassificazione contabile già sperimentata per dichiarare raggiunto il 2 per cento senza spendere un euro in più.

O si riarma, e allora salario minimo, sanità e fisco progressivo restano nel cassetto dei programmi, oppure si finanzia il programma, e allora il riarmo non si fa e si spiega a Washington e a Bruxelles perché. Promettere entrambe le cose è un’operazione verbale, non un piano: chi lo fa o non ha preso in mano la calcolatrice o l’ha presa e tace. Il paradosso è che il “no al riarmo” firmato martedì è l’unico enunciato aritmeticamente coerente con il welfare promesso, ed è quello che l’autorevole intervento di Gentiloni descrive come impraticabile pena la sorte di Orbán.

È la stessa grammatica con cui il centrodestra maneggia sicurezza e remigrazione, annunciare l’esito e omettere i mezzi, e la simmetria è perfetta: da una parte e dall’altra si governa il racconto, e il dato che disturba viene lasciato a casa, come il personale di servizio. La politica ridotta a pura emissione di segni ha raggiunto un traguardo storico, perché non ha più nemmeno bisogno di essere ipocrita, le basta essere distratta.

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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (Kulturjam Edizioni), "Malagrazia" (Kulturjam edizioni).

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