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Due minorenni di Monteverde e Testaccio colpiscono sei passanti da una minicar e un attore resta in terapia intensiva: «ci siamo divertiti». Nessuna gang, nessuna sfida social. Il vuoto non ha identikit e il lessico della sicurezza resta senza imputati prefabbricati.
Sei aggressioni, una minicar nera e nessun movente
Sei persone colpite in due notti, tra il 4 e il 5 ottobre, nei quartieri romani di Monteverde e Testaccio, da due ragazzi di 16 e 17 anni a bordo di una minicar nera che affiancava pedoni, ciclisti e utenti di monopattini per colpirli con calci, spinte e tubi di plastica. Il caso più grave è quello dell’attore Davide Iacopini, 42 anni, genovese, noto per Diaz e Suburra, raggiunto da un calcio la sera del 5 ottobre, intorno alle 22, mentre percorreva in monopattino via Barrili. Secondo gli aggiornamenti del 14 ottobre è ancora in terapia intensiva al San Camillo, dopo due interventi neurochirurgici per un esteso trauma cranico, con prognosi riservata e una sedazione che i medici stanno riducendo gradualmente.
I due sono stati individuati dai carabinieri e dalla polizia locale grazie alle telecamere di sorveglianza e alla testimonianza di un meccanico, e hanno confessato davanti al pubblico ministero. Il maggiore, che guidava ed è proprietario del mezzo, vive a Monteverde ed è figlio di un carabiniere, senza che emerga alcun elemento a carico del padre; il più giovane abita a Testaccio, e insieme hanno un precedente per furto.
Sono accusati di tentato omicidio e lesioni, ma sono stati denunciati a piede libero e per ora non è stata disposta alcuna misura cautelare: il fascicolo passa alla procura per i minorenni. Agli inquirenti avrebbero spiegato di essersi divertiti, in una notte che coincideva con il compleanno di uno dei due, mentre già il 10 ottobre gli investigatori escludevano legami con una gang o con sfide social.
Il vuoto non ha identikit
La frase più istruttiva dell’intera vicenda è quella che i due avrebbero pronunciato durante la confessione: ci siamo fermati solo quando abbiamo saputo dell’attore. Non quando un uomo è caduto dal monopattino, non quando il piede ha incontrato un corpo, ma quando la notizia è diventata notizia. Per loro il limite non stava nella vittima, stava nel rumore, secondo una grammatica morale che pratichiamo su scala nazionale: il male comincia a esistere quando lo registra una telecamera o un titolo.
Chi ha evocato Arancia meccanica ha ragione a metà. Alex e i suoi drughi possedevano almeno uno stile, un lessico inventato, Beethoven in sottofondo; qui abbiamo un compleanno, una minicar di proprietà e un tubo di plastica, ultraviolenza in versione catalogo di un negozio di accessori. Ha però ragione sul punto decisivo, perché la violenza senza movente è la sola che nessuna delle nostre politiche sa intercettare: non si può espellere, non si può schedare per provenienza, non si può nemmeno inseguire con la retorica della sfida social, che qui, per ammissione degli inquirenti, non c’era.
Da anni la sicurezza è diventata un genere letterario, con un glossario proprio, i maranza, la remigrazione, le zone rosse, e una geografia altrettanto prevedibile, la periferia e lo straniero. Il caso dei due di Monteverde e Testaccio ha il merito involontario di una prova di stress per quel vocabolario. Non è una statistica, e chi ne volesse ricavare un teorema sbaglierebbe quanto chi ne ricavava il contrario: un episodio non dimostra che altre violenze non esistano né le rende meno gravi.
Dimostra però che la violenza gratuita non ha bisogno di quartieri difficili né di rancore sociale, e che un lessico costruito per indicare il colpevole prima ancora del reato risulta inservibile quando il colpevole abita in un quartiere centrale, guida una minicar propria e ha per padre un carabiniere, il che, a scanso di equivoci, non comporta alcuna colpa paterna.
Spiegare non significa assolvere, e la responsabilità individuale resta intera, tanto che la Procura contesta il tentato omicidio. Ma un Paese serio si chiederebbe che cosa significhi che due adolescenti dispongano di un mezzo a motore, di due notti di libertà totale e di nessuno che chieda conto delle ore piccole o di una targa spesso coperta. La noia, a sedici anni, è un sintomo, e di rado i sintomi prosperano dove qualcuno si occupa dei pazienti.
Il cuore del problema è lontano da dove lo cerchiamo? A guardar bene è vicinissimo. Nessuno sa che cosa passasse nella testa dei due ragazzi, ed è presuntuoso fingere il contrario, così come nulla di quanto segue attenua la loro responsabilità individuale, che resta intera. Si può però osservare con quale puntualità il discorso pubblico rifiuti di porsi la domanda.
Le generazioni precedenti, nel bene e nel male, hanno ucciso i padri in senso metaforico, con occupazioni, cortei, canzoni e persino capelli lunghi, un parricidio simbolico che richiedeva comunque un avversario, un’idea di futuro da contendere e una comunità in cui sentirsi qualcuno.
Quando la politica si ritira dall’orizzonte degli adolescenti, e con essa i luoghi in cui il conflitto si fa parola, resta una noia senza oggetto, un’alienazione senza lessico, un tempo vuoto riempito di schermi, motori e notti senza controllo. Il padre non lo si uccide più nemmeno per finta, perché non c’è nessuno da contestare né qualcosa da conquistare, e la ribellione, priva di destinazione, ripiega sul solo bersaglio disponibile, il primo sconosciuto che passa. È il nichilismo nella sua versione più sobria, quella che non scrive manifesti e non ha bisogno di un nemico, perché le basta un monopattino.
Una società che ha spoliticizzato i suoi giovani per comodità, consegnandoli a consumi e algoritmi, scopre con stupore sincero che la rabbia, quando non trova una causa, se ne inventa una a caso, e poi organizza dibattiti sulle zone rosse. Siamo lontanissimi dal capire, e la distanza, a ben vedere, è la nostra unica costante. 
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