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Milano come paradigma, due giorni di saccheggi: Foot Locker, Decathlon, Carrefour. Tra i fermati circa l’80% è minorenne. Si educa una generazione a essere ciò che compra, poi ci si stupisce che prenda ciò che non può pagare. Stupisce, semmai, che non sia successo prima.
Sono ciò che compro, e non compro: stupiti dei saccheggi?
Il Foot Locker di corso Vittorio Emanuele II, a Milano, è stato saccheggiato durante gli scontri di sabato 17 ottobre, e il giorno seguente gruppi di ragazzi incappucciati, in gran parte minorenni, hanno ripetuto l’operazione con un Decathlon e un supermercato Carrefour, portandosi via vestiti, scarpe, biciclette, cibo e alcolici.
Secondo varie ricostruzioni le devastazioni sono cominciate mentre sfilava la manifestazione contro il caro vita, convocata soprattutto su TikTok con appuntamento alle 15 in piazza Duomo. A compierle sono state centinaia di persone a volto coperto, non legate a organizzazioni, collettivi o centri sociali, che hanno agito in modo spontaneo e confuso. La polizia ha caricato già in via Broletto, dopo i primi lanci di sassi e bottiglie, manganellando e buttando a terra alcuni ragazzi, e per molte ore non è riuscita a controllare la situazione
Sabato i fermati sono stati 72, con 22 denunciati e 12 arrestati, cinque dei quali minorenni. Domenica ne sono stati fermati oltre 200, 160 dei quali portati in questura, e secondo la polizia circa l’80 per cento era minorenne, tra giovani di origine italiana e di seconda generazione provenienti da periferie e hinterland. Hanno subito danni, tra gli altri, Levi’s, Under Armour e una sartoria di corso Buenos Aires, dove sarebbe sparito il registratore di cassa con l’incasso. Il sindaco Sala ha riconosciuto le ragioni del disagio sociale, ma ha giudicato ingiustificabili gli attacchi alle forze dell’ordine e i danni alla città.
Due giorni prima, il 15 ottobre, l’Istat aveva diffuso il rapporto sulla povertà. Nel 2025 i minori in povertà assoluta sono 1.136.000, il 12,5% dei residenti sotto i diciotto anni; nella fascia tra i 14 e i 17 anni l’incidenza è del 13,2% ed è in peggioramento. Tra le famiglie con minori che pagano un affitto risulta povero il 28,7%, contro il 6% di quelle che possiedono la casa.
Chi non compra non è nessuno
In una società che misura il valore di una persona da ciò che ha addosso, un quindicenne senza reddito è un cittadino di serie B in un’età in cui l’appartenenza si decide sul marciapiede, tra una sneaker e un piumino.
La vetrina è la sua scuola più frequentata: illuminata a ogni ora, con i prezzi in evidenza e la promessa, rivolta proprio a lui, che la felicità abita lì dentro. Colpisce, semmai, la coerenza delle scelte dei saccheggiatori: scarpe sportive, abbigliamento tecnico, il supermercato per la serata.
Non cercavano il Palazzo, cercavano il catalogo, che hanno imparato a memoria da anni di pubblicità e influencer, con gli stessi algoritmi che stavolta hanno fatto da passaparola per l’appuntamento in piazza.
Per questo, semmai, c’è da meravigliarsi che non sia successo prima. Nessuno ha insegnato a quei ragazzi a rubare, tutti hanno insegnato loro a desiderare, con una cura e un budget che la scuola pubblica non vedrà mai. Quando il desiderio incontra un portafoglio vuoto e un futuro che si può soltanto prendere in affitto, e a prezzi proibitivi, la domanda che si pone è pratica prima ancora che morale.
Poi c’è l’alternativa, che i teorici dell’ordine preferiscono non guardare. La sera del 21 dicembre scorso, in zona corso Buenos Aires, un quindicenne è stato spogliato da una banda di coetanei, sequestrato per quasi un’ora e minacciato di morte per ottenere dal padre la ricarica di una carta. Aveva implorato di poter scambiare le scarpe con il cellulare, e la banda si è tenuta entrambi, costringendolo a camminare scalzo.
È la stessa economia dell’avere, praticata senza vetrina di mezzo, con una persona al posto del vetro. Se il bisogno di merce deve pur sfogarsi, è difficile sostenere che sia preferibile quando ha un coltello in mano e un coetaneo davanti. Non è un’assoluzione, è una gerarchia dei danni: il vetro si ripaga con l’assicurazione, mentre il trauma di chi è stato spogliato in strada non ha polizza.
Nessuna di queste considerazioni, però, trasforma un saccheggio in politica. Il registratore di cassa di una sartoria non rappresenta il capitalismo globale, e chi lo ha portato via ha fatto un danno a qualcuno che lavora. Capire non significa assolvere, e chi lo sa davvero dovrebbe ripeterlo ai ragazzi con la stessa insistenza con cui lo ripete ai questori.
La risposta annunciata, più forza e meno clemenza, ignora un dettaglio riportato dalle stesse cronache: la polizia ha caricato e manganellato fin dalle prime battute e ha poi faticato per ore a inseguire gruppi privi di ogni coordinamento. Un’istituzione che ha per risposta il manganello e per progetto il taser dichiara di non avere altro da dire a un milione e passa di minorenni poveri, a cominciare da quelli che hanno scoperto di valere qualcosa soltanto davanti a una vetrina.
Fermare chi spacca e saccheggia è doveroso, fingere sorpresa no. Quelle vetrine non nascondevano nulla da scoprire: lo avevano scritto sopra, con le luci accese e il prezzo in bella vista.

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