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Conte cambia linea e rientra nell’orbita europeista. Scelta tattica o resa? Tra rischio perdita di consenso e ambizione di leadership, il Movimento si gioca tutto: o guida il campo largo o ne viene inglobato.
Resa dei conti o resa di Conte?
– Fausto Anderlini*
La mossa del cavallo. Negli scacchi, come noto, dà la possibilità di saltare i pezzi che si frappongono sulla scacchiera. In ogni caso implica l’abbandono della posizione prima occupata, per guadagnarne una più favorevole.
Non ho mai denigrato Giuseppe Conte, né lo farò adesso. La sua inedita tracciabilità secondo i canoni del noto continuum sinistra/destra per me non ha mai costituito un problema, né certa ubiquità del suo progressismo. Piuttosto un vantaggio, il suo “populismo gentile”, rispetto a una “sinistra” finita a rotoli e ormai irriconoscibile. E comunque, laddove molti vedono il trasformismo, io ho sempre giudicato la duttilità di Conte come prova di intelligenza. Dopo Renzi, l’unico talento politico in circolazione, però mondato del maniacale egotismo che ha portato il toscano alla rovina. Ma soprattutto capace di rappresentare uno spazio politico-sociale con orli sfumati, ma con un centro popolare ben definito.
Per questo ho sempre sostenuto l’idea che attorno a questo nuovo centro, men che meno nei pressi del Pd, dovessero dislocarsi le desjecta membra della diaspora post-comunista. Arrivando a rompere ogni rapporto fiduciario (cosa della quale non mi pento affatto) con la cricca del gruppetto dirigente di Articolo Uno.
Cionondimeno, è del tutto inutile minimizzare le sue recenti dichiarazioni, come se nulla fosse cambiato. Un falso storico e qualche foglia di fico per tappare la baracca europea. Il rientro nel mantra aggredito/aggressore, così come le aperture ai temi della difesa comune europea e del superamento del modello unanimistico, costituiscono un cambio di passo vistoso rispetto a posizioni precedenti e ancora ribadite di fresco da esponenti in vista del movimento come Patuanelli e Ricciardi.
Un rientro, seppure da “sinistra” (come del resto Avs), nella famigerata “maggioranza Ursula”. Perché lo ha fatto? Per “conversione” o per tattica? Un tradimento o una prova ulteriore di sagacia? E in questo caso con quale fine e con quali probabilità di successo? Ah, saperlo! Le variabili sono tante e in movimento così rapido che è difficile fare previsioni. Quel che si può dire al momento sono constatazioni di fatto. Mettendo da parte le mie appassionate preferenze e vestendo per l’occasione gli aridi panni della politologia, le elenco di seguito.
Se i 5S andassero da soli, vigente il sistema elettorale (questo o un altro simile, comunque non un “proporzionale”), la destra, pure cedente, avrebbe di nuovo servita una vittoria in mano. Come nel 2022. Essendo improbabile, a mio vedere, una replica della grande sollevazione extra-sistemica del 2018.
Se aderissero a una mera alleanza elettorale col “campo largo”, come “separati in casa” (come sarebbe stato possibile fare in extremis dopo la caduta di Draghi), la fragilità di una eventuale vittoria (magari di misura) si mostrerebbe immediata. La palla passerebbe nelle mani infide di Mattarella nel segno torbido di una formula neo-centrista emergenziale di fedeltà euro-atlantica. Ancora un governo del Presidente extra-costituzionale, un Draghi bis, o un Monti ter, o chi per loro. Una evoluzione siffatta resta comunque nei desiderata di una buona parte del “campo largo” ed è comunque inscritta nel cuore del Pd.
Le manovre si replicheranno a stretto giro qualunque sia l’esito delle elezioni. Ma un conto è sopportarne il trapestio, cercando di rintuzzarle e tenerle a bada, un conto, anche qui, è servire il piatto ai mestatori sin da subito.
Sicché ne consegue che altra scelta non c’era (e non c’è) se non entrare nell’alleanza politica. Cosa che è possibile fare in due modi: uno ancillare e codista, per quanto ammantato di “fermi distinguo” (come è tipico dalle parti Avs), per godere di un piazzamento redistributivo negli incarichi. Oppure cercando di imprimere una dinamica “sconvolgente” nei rapporti di alleanza, contendendo al Pd, il partito americano in Italia, sia pure attraversato da diverse tendenze, il ruolo pivotale e sfidandolo con la prova della premiership, in vista (usando una vecchia formula) di “equilibri più avanzati”.
Se devo esprimere un giudizio, considero la volontà di leadership di Conte (fatto indubbio) non come prova di fatuità personalistica, bensì come espressione di una vera responsabilità di progetto. Non c’è progetto senza leader. E viceversa (inutili in proposito le giaculatorie contro il personalismo politico). Ci vuole un bel pelo sullo stomaco nell’ambizione a guidare un paese sul quale può precipitare una atomica, e sicuramente una crisi economica devastante.
Fatta questa scelta, l’abiura, o quasi, sul tasto cruciale della politica estera è con ogni evidenza finalizzata a eludere/rimuovere quella “conventio ad excludendum” che ha operato sin dall’inizio, e tutt’ora perdura, da parte del mainstream. La mossa del cavallo: togliendo di mezzo un pretesto ostativo e aprendo le condizioni di possibilità della sfida. Per certi aspetti le inattese dichiarazioni di Conte mi ricordano l’intervista di Berlinguer del giugno del ’76 sull’ombrello protettivo della Nato. Stesso fine (la legittimazione di governo), stesso sgomento nella base dei seguaci.
Il rischio dell’operazione di Conte è nondimeno evidente: quello di vedersi rientrare da altro lato la “conventio”, pagando un prezzo grave in termini di consenso. Giocandosi tutto l’accredito accumulato in questi anni in un colpo solo. Sarà l’evoluzione delle cose a rivelarci se il gioco valeva la candela.
In termini immediati sarà complicato gestire il voto referendario nella sua componente giovanile e più espressamente pacifista, anche considerando la concorrenza già all’opera per depistarlo su scopi secondari (No King et similia, con l’infida Avs già appostata). Dalla parte di Conte dovrebbe invece reggere, a mio avviso, il voto meridionale.
Per negativo o per positivo, il voto meridionale, nella sua intrinseca razionalità, ha sempre di vista il governo. Alle politiche si voterà per il governo prima che per la rappresentanza. E nell’utile del Sud Conte e il suo movimento restano comunque i meglio piazzati.
L’altro giorno ho annunciato che per intanto aprivo il pacchetto dei popcorn. E già sono qui che me li mangio. Ma come davanti a un avvincente thriller che mi coinvolge. Non cesserò per questo di rivendicare le ragioni della Russia, aggredita dalla Nato, e l’eroismo dell’Iran nel resistere all’aggressione israelo-americana.

* Dalle riflessioni social di Fausto Anderlini
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