Conte cambia campo? L’azzardo moderato che disorienta i suoi

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Conte ammorbidisce la linea e si avvicina al PD, adottando posizioni più allineate su guerra e Europa. La svolta spiazza i suoi sostenitori e apre dubbi: strategia o ulteriore perdita d’identità?

Conte scopre il centro: conversione strategica o resa politica?

L’uscita di Giuseppe Conte alla recente kermesse organizzata da +Europa non è passata inosservata. Invitato in un contesto storicamente distante dalla cultura politica del Movimento 5 Stelle, l’ex presidente del Consiglio ha adottato toni insolitamente concilianti verso l’area liberal-democratica, insistendo sulla necessità di rafforzare il fronte europeista, sostenere l’Ucraina nel quadro delle alleanze occidentali e mantenere una linea coerente sulle sanzioni. Un linguaggio che, fino a pochi mesi fa, sarebbe apparso quantomeno dissonante rispetto alla postura più ambigua e “pacifista” coltivata dal suo elettorato.

Non si è trattato di una semplice sfumatura lessicale. Conte ha parlato di aggressore e aggredito senza particolari cautele, accettando implicitamente la grammatica geopolitica dominante nelle cancellerie europee. Una scelta che ha immediatamente generato frizioni tra i simpatizzanti pentastellati, molti dei quali avevano visto nel leader una figura capace di mantenere una distanza critica rispetto al blocco atlantico. Ora quella distanza sembra ridursi, se non dissolversi.

Una virata che sa di normalizzazione

Se la linea è davvero quella emersa tra interviste televisive e passerelle politiche, il cosiddetto “programma” appare già scritto: riconoscimento netto delle responsabilità nel conflitto, sostegno all’impianto di sanzioni e armi fino a un futuro accordo diplomatico, evocato più come formula rituale che come prospettiva concreta. Una posizione che riporta il discorso politico al punto di partenza, in una sorta di eterno ritorno strategico dove nulla si scioglie e tutto resta sospeso.

Il risultato è una politica che somiglia sempre più a un gioco dell’oca: si avanza di qualche casella retorica per poi tornare indietro, mentre il sistema economico resta sotto pressione e il costo energetico continua a pesare. Nel frattempo, si attende la soluzione esterna: cosa dicono a Washington i post bideniani?

Anche il tema delle primarie nel campo progressista assume contorni quasi grotteschi. Farle o non farle diventa una questione secondaria, una liturgia più estetica che politica. Una sfilata di candidature ben educate, fotografie di gruppo e appellativi amichevoli, mentre le divergenze reali vengono anestetizzate sotto il tappeto dell’unità.

Tra tattica e smarrimento identitario

Resta da capire se questa apertura di Conte sia una mossa tattica o il segnale di una trasformazione più profonda. L’ipotesi tattica suggerisce un tentativo di accreditarsi come interlocutore affidabile per il Partito Democratico, in vista di possibili alleanze future. Ma l’impressione è che il prezzo di questa operazione sia un progressivo svuotamento dell’identità che sta cercadndo di recuperare il Movimento dopo la dilaniante stagione draghiana.

Il PD guidato da Elly Schlein, dal canto suo, osserva con una certa elasticità. Più che guidare il processo, sembra adattarsi, mantenendo una postura ambigua che riflette le oscillazioni del Partito Democratico statunitense. In questo gioco di specchi, figure come Pina Picierno incarnano una linea più nettamente atlantista, ma senza che emerga una sintesi chiara.

Il nodo, in fondo, è tutto qui: quale guerra sostenere, in che misura, con quali obiettivi politici? Domande che restano sullo sfondo mentre il discorso pubblico si appiattisce su formule già pronte. E Conte, che un tempo si presentava come interprete di una domanda di discontinuità, sembra ora inserirsi con sorprendente agilità dentro quel perimetro.

Il rischio è duplice. Da un lato, perdere il consenso di chi vedeva nel Movimento una voce alternativa; dall’altro, non essere comunque pienamente accettato da un sistema politico che diffida delle conversioni improvvise. In mezzo, resta un elettorato confuso, che assiste a una trasformazione difficile da decifrare.

E forse è proprio questo l’aspetto più interessante – e più problematico – della vicenda: non tanto la svolta in sé, quanto la sua opacità. Perché in politica, più ancora delle scelte, conta la loro intelligibilità. E quando una linea appare indistinguibile da quella degli avversari di ieri, il rischio non è solo il dissenso. È l’irrilevanza.

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Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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