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Conte cresce nei sondaggi perché intercetta domanda di radicalità, ma il riavvicinamento al Pd rischia di neutralizzarlo. L’“abbraccio” istituzionale può trasformare il vantaggio in perdita, spingendo di nuovo verso astensione e disillusione politica.
Il problema è l’Italia?
I sondaggi sulle primarie del cosiddetto Campo Largo, una specie di ulivismo postmoderno, danno in netto vantaggio Giuseppe Conte. Tanto che i democratici e i loro influencer virtuali nicchiano, prendono tempo, giocano di melina a centrocampo. Aspettano un coup de théâtre. Il vantaggio non stupisce. Risponde a un’esigenza di radicalità. Ora certo, dovrò ripetermi. I 5Stelle non rappresentano la chiave per la rivoluzione, lo so bene. Non vogliono neanche rappresentarsi come tali e non credo che l’emancipazione dalle catene dei vincoli esterni di Ue e Nato passino da un prossimo governo Conte.
Però, c’è da dire che negli ultimi trent’anni, se c’è stata una postura più coriacea nell’affrontare la contesa politica nazionale, questa è stata interpretata proprio dai 5Stelle. Via della Seta, bonus 101, reddito di cittadinanza, attenzione alle libertà positive ma soprattutto indicazione strategica del Paese verso la realtà multipolare del mondo. Tanto che puntuale arrivò il golpe Draghi per gentile concessione democratica, con l’attenta regia del Quirinale.
E proprio nella direzione di una sensibilità multipolare andavano le manifestazioni contro il riarmo dell’aprile 2025, il richiamo alla follia russo-fobica e la repentina condanna alla condotta genocidaria dello Stato d’Israele, quando, insieme al composito mondo della sinistra extraparlamentare e del sindacalismo di base, non si aspettavano flottiglie per scendere in piazza e non si giustificavano premesse sulla condanna al sette ottobre o sulla riedizione di un antisemitismo diffuso. Sotto questo punto di vista Conte interpreta, nel suo apparente vantaggio in classifica, un bisogno di radicalità politica. Perfettamente visibile al referendum costituzionale, quando improvvisamente si è arrestato l’implacabile flusso astensionistico degli ultimi decenni.
Ma allora? Perché proprio ora queste marce indietro? Questo europeismo di ritorno? Più spazio di manovra, dice qualcuno. Ci si affranca dal ghetto dell’opposizione di strada che non concepisce mediazioni per rendere possibile contatti fruttuosi per la pace. Anche Arafat, a suo tempo, ragionò in questi termini, prima di essere turlupinato dall’Occidente. Questa è la speranza di tutti quelli che vorrebbero realizzata un’alternativa strategica che lasciasse spazio di manovra anche a quelle entità politiche e sindacali di opposizione sociale al sistema neoliberale, e non solo di opposizione politica al governo Meloni.
Il pericolo però è un altro. Lo conosciamo tutti. Non appena si configura un risultato di, anche parziale, rottura, ecco che nasce il percorso di autolegittimazione, di accreditamento. D’altronde il vertice del Pd non si chiama Elena Ethel Schlein bensì Sergio Mattarella. Quindi ammorbidire il messaggio potrebbe diventare la parola d’ordine. Per incassare le primarie in primis e poi, forse, per ricevere l’avallo al governo da parte di Bruxelles, del Quirinale, di Washington. Ma questo, quasi inutile dirlo, sarebbe un errore prospettico perché quel vantaggio in classifica si disperderebbe. Ancora una volta quell’istanza di radicalità sarebbe disattesa e riparerebbe nuovamente nell’astensionismo elettorale.
Questo tentennare, nel frattempo, ha ridato ossigeno alla morente Meloni, che con fare navigato, ha emulato il socialista Sanchez in un impeto di sovranità e di indipendenza militare. Bel capolavoro. Quindi, sostanzialmente, il problema principale dei 5Stelle, da qualche anno ormai, è l’abbraccio mortale col Partito democratico che li costringe a un’alleanza agonistica, nella quale, però, quest’ultimo continua a controllare il mazzo di carte perché ancora elemento centrale del nostro sistema istituzionale di potere, incardinato verticisticamente sui poteri ultra-costituzionali del Presidente della Repubblica.
Appare impossibile così costruire alternative parlamentari di rottura. Quell’abbraccio mortale va spezzato così da poter costruire una forza di pressione sociale capace di portare quell’opposizione dentro le istituzioni. Un’organizzazione da costruire anche insieme ai 5Stelle magari, che parta però dal conflitto sociale e non dalle riconferme parlamentari. Questo manca al Paese da almeno quarant’anni. Una vera forza di opposizione che resti ferma all’opposizione. Quasi mai, in Italia, si sono oltrepassati i vincoli esterni dall’interno. Chi ci ha provato ha fatto una brutta fine.

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