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Dopo l’attacco al Venezuela, Washington stringe la morsa sulla Colombia di Petro. Niente invasioni: tagli agli aiuti, pressioni finanziarie e isolamento internazionale. La nuova guerra americana in America Latina si combatte con rating, dazi e deficit.
Colombia nel mirino USA
La guerra non sempre arriva con i carri armati. Talvolta indossa giacca e cravatta, parla il linguaggio dei rating, dei dazi e delle “decertificazioni”. Nel nuovo ciclo trumpiano della politica estera americana, l’America Latina torna a essere ciò che è sempre stata per Washington: uno spazio da disciplinare.
Se Caracas è stata il banco di prova muscolare, Bogotá rischia di diventare il laboratorio finanziario. Nessun bombardamento spettacolare, nessun blitz hollywoodiano: basta togliere ossigeno ai conti pubblici e lasciare che il mercato faccia il resto.
La Colombia, formalmente uno dei più fedeli alleati regionali degli Stati Uniti, scopre improvvisamente di essere diventata un problema. Non perché abbia cambiato collocazione geopolitica, ma perché ha cambiato presidente. Gustavo Petro, economista di formazione, passato irregolare da militante del M-19, primo capo di Stato apertamente di sinistra nella storia del Paese, rappresenta per Washington una variabile indigesta. Non tanto per ciò che fa, quanto per ciò che simbolicamente incarna: l’idea che il “cortile di casa” possa provare a ragionare con una propria agenda.
Un alleato che non obbedisce
Il paradosso colombiano è tutto qui. Da decenni Bogotá è un pilastro dell’architettura di sicurezza statunitense nel continente: cooperazione militare, intelligence condivisa, basi operative, addestramento congiunto. Dopo l’11 settembre, la guerra alla droga e quella al terrorismo sono diventate indistinguibili, saldando ulteriormente il rapporto. Ma l’arrivo di Petro nel 2022 ha incrinato l’automatismo dell’obbedienza.
Il nuovo presidente ha tentato una mossa politicamente ambiziosa e strategicamente rischiosa: la cosiddetta “Pace totale”, ovvero un dialogo esteso con guerriglia e gruppi armati illegali per ridurre il conflitto endemico che divora il Paese da mezzo secolo. Una scommessa che a Washington è apparsa subito come un cedimento, se non come una complicità. Nel vocabolario trumpiano, del resto, le sfumature non esistono: o sei un alleato disciplinato o sei parte del problema.
Le accuse di Trump – Petro descritto come narcotrafficante, la Colombia come fabbrica di cocaina – oscillano tra propaganda elettorale e caricatura da talk show. Non esistono prove che leghino il presidente colombiano al narcotraffico, mentre è noto che la produzione di coca è in mano a gruppi armati come ELN, Clan del Golfo e dissidenze delle FARC. Ma la precisione non è mai stata una priorità della diplomazia trumpiana.
La leva finanziaria come arma
Il vero terreno di scontro non è militare. È economico. Gli Stati Uniti hanno inserito la Colombia tra i Paesi che “non hanno rispettato” gli impegni antidroga, evitando però sanzioni totali per puro calcolo di interesse nazionale. La formula scelta è più raffinata: una decertificazione parziale che colpisce assistenza economica, programmi sociali, sicurezza civile e – soprattutto – l’accesso ai fondi delle banche multilaterali. Un colpo secco in un momento delicatissimo.
La Colombia registra uno dei deficit pubblici più alti al mondo in rapporto al PIL, intorno al 7,5%. Anche una riduzione selettiva dei flussi finanziari può produrre effetti sistemici: aumento del costo del debito, fuga di capitali, svalutazione, instabilità politica. Altro che operazioni speciali: il manuale del Fondo Monetario applicato con finalità geopolitiche.
Il risultato è una beffa strategica. Meno fondi significano meno capacità statale di contrastare guerriglia e narcotraffico. I gruppi armati si rafforzano, la produzione di coca aumenta, l’insicurezza cresce. Esattamente l’opposto degli obiettivi dichiarati da Washington. Ma coerente con un approccio che privilegia la punizione dell’alleato riottoso rispetto alla soluzione del problema.
Petro, dal canto suo, reagisce con toni duri, evocando resistenza e sovranità. Parole che parlano più al suo elettorato che agli equilibri internazionali. Sa bene che un’invasione militare sarebbe un incubo per chiunque, Stati Uniti compresi. Ma una crisi finanziaria, pilotata e progressiva, è molto più plausibile. E molto più efficace.
Nel 2026 la Colombia voterà. Forse non serviranno marines né droni. Basterà una stretta creditizia ben calibrata. La nuova guerra americana, almeno a Bogotá, si combatte così.

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