Chi comanda davvero? Israele trascina gli USA nella guerra totale

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Rubio ammette: Israele ha deciso l’attacco all’Iran, Washington ha seguito. Trump non guida, asseconda. Il progetto strategico israeliano ridisegna il Medio Oriente, mentre gli USA perdono supremazia e l’Europa resta ai margini.

Chi guida davvero Washington? L’asse Israele-USA e la guerra che diventa destino

Marco Rubio, Segretario di Stato statunitense, lo ha ammesso senza troppi giri di parole: Israele ha deciso di colpire l’Iran, e Washington ha garantito sostegno perché era scontato che Teheran avrebbe reagito anche contro obiettivi americani. Traduzione diplomatica: l’iniziativa non è partita dalla Casa Bianca. È Tel Aviv ad aver imposto il copione, costringendo l’amministrazione USA a salire su un treno già in corsa.

L’idea di un Trump architetto di un nuovo ordine multipolare, secondo una parte sempre più residuale di analisti “per caso”, mediatore instancabile tra blocchi rivali, si infrange contro la realtà di un presidente che naviga a vista. Non è una questione personale: con Biden o Harris alla Casa Bianca, lo schema sarebbe stato simile. La continuità strategica americana in Medio Oriente non dipende dal colore politico, ma dall’intreccio strutturale con Israele.

La domanda allora è meno scandalistica e più sostanziale: come può uno Stato di dimensioni relativamente ridotte orientare in modo così determinante la politica estera della prima potenza mondiale? Le ipotesi complottistiche sui ricatti legati agli Epstein files fanno rumore, ma restano prive di riscontri verificabili. Molto più concreta è la forza di un’alleanza militare, tecnologica e politica sedimentata in decenni, capace di condizionare il perimetro delle scelte possibili.

Il progetto strategico israeliano e la supremazia perduta di Washington

Sul piano geopolitico, l’offensiva contro l’Iran appare come un passaggio dentro un disegno più ampio: neutralizzare definitivamente il principale avversario regionale per ridisegnare gli equilibri del Vicino Oriente. La retorica del “Grande Israele” non è una formula folkloristica per ambienti radicali, ma l’orizzonte simbolico di una parte significativa dell’establishment israeliano. Non si tratta di un blitz di pochi giorni: è un progetto di lungo periodo, disposto a investire anni e risorse pur di modificare in modo irreversibile la mappa del potere regionale.

Trump non è il regista, bensì il comprimario. Il cosiddetto “Board of Peace”, tentativo di mantenere una supremazia americana sugli alleati mediorientali attraverso un equilibrio controllato, è evaporato sotto i colpi dell’escalation. Con l’attacco all’Iran, la Casa Bianca ha perso la possibilità di arbitrare tra partner rivali: è stata trascinata dentro la partita. Benjamin Netanyahu distribuisce le carte.

Il risultato è un quadro sempre più frammentato. Da un lato Israele, dall’altro la Turchia, che osserva con ambizioni proprie. In mezzo, monarchie del Golfo dalla posizione ambigua, tra necessità per motivi di ordine interno di non apparire completamente appiattiti sulel ragioni dell’asse israelo-americano, dall’altro martellate dagli attacchi iraniani.

Sull’Arabia Saudita circolano indiscrezioni circa un possibile avallo tacito all’operazione, ma mancano conferme ufficiali. L’Iran, pur colpito duramente ai vertici, non sta agendo in una logica di alleanza regionale allargata: oltre al sostegno di Hezbollah, la risposta è prevalentemente autonoma e diretta a colpire infrastrutture e difese statunitensi nella regione. Il messaggio è chiaro: l’ombrello americano non è sinonimo di immunità.

Guerra sistemica e rischio di mobilitazione globale

La dinamica attuale prepara un conflitto di ampiezza superiore a quello dichiarato. Francia, Regno Unito e Germania hanno già rafforzato posture militari e diplomatiche nell’area. Anche l’Italia, costellata di basi NATO, non potrebbe considerarsi semplice spettatrice in caso di escalation prolungata.

L’ipotesi di un cambio di regime a Teheran – magari con il ritorno simbolico di figure monarchiche come Reza Pahlavi – non garantirebbe affatto la fine del confronto. Per Netanyahu, una vittoria incompleta sarebbe un incentivo a proseguire, non a fermarsi. La guerra non appare uno strumento contingente, ma una leva strutturale per consolidare potere interno e leadership regionale.

Sul fondo si intravede una questione più ampia: gli Stati Uniti sembrano privi di una visione coerente dell’ordine globale. La forza ideologica emergente, per quanto controversa e segnata da tratti messianici, proviene da Israele, non da Washington. La potenza formalmente egemone appare subalterna nel disegno strategico. Non per un complotto occulto, ma per l’incapacità di definire una propria architettura di sicurezza alternativa. In assenza di un progetto americano, il progetto israeliano diventa per default il progetto occidentale.

La guerra contro l’Iran, dunque, non è solo uno scontro regionale: è la prova generale di un mondo in cui le alleanze tradizionali si trasformano in relazioni asimmetriche e in cui la forza sostituisce progressivamente la diplomazia. Il rischio non è soltanto l’escalation militare, ma la cristallizzazione di un ordine fondato sulla supremazia permanente.

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