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Il campo largo non è una proposta politica: è un’equazione numerica. Sommare PD e sinistra radicale non produce programma, ma subalternità. Chi promette niente non può essere alleato: può solo essere subìto.
Il campo largo e il problema delle fondamenta
C’è un momento preciso in cui una categoria politica smette di descrivere la realtà e comincia a sostituirla: il “campo largo” italiano ha raggiunto quel momento da qualche tempo, ma nessuno sembra avere voglia di ammetterlo apertamente. Non perché manchino le prove, ma perché l’ammissione richiederebbe di fare i conti con decenni di equivoci strategici che attraversano tutta la sinistra, da quella di governo a quella che si definisce radicale.
Partiamo da un dato strutturale. Il campo largo non è una proposta politica: è un’operazione aritmetica. Sommare percentuali diverse nella speranza che il totale superi il cinquanta per cento ha una sua logica elettorale, ma non produce coerenza programmatica, né identità collettiva, né capacità di governo orientata a trasformare qualcosa. Produce coalizioni che si reggono sull’avversione comune al centrodestra, il collante più fragile che esista, perché non impone nessuna visione del mondo condivisa e si esaurisce nel momento in cui l’avversario perde colpi.
Il problema non è nemmeno puramente numerico. È che gli ingredienti del campo largo si respingono a vicenda. Quando si allarga verso il centro liberale — il PD nella sua versione più draghiana, i residui dell’area renzo-calendiana, i cattolici del vincolo esterno — si allontanano inevitabilmente le componenti che potrebbero dare al progetto un contenuto sociale riconoscibile. Quando, al contrario, si tenta di includere forze più critiche verso l’ordine economico europeo, si creano attriti insostenibili con chi considera l’europeismo tecnocratico una premessa non negoziabile, al pari dell’americanismo in salsa democratica e il “sionismo dal volto umano”. Il risultato è un’alleanza che per tenere insieme tutto è costretta a non dire niente.
Il paradosso tattico della sinistra radicale
Qui la questione si complica, e diventa più interessante. Le forze che si collocano a sinistra del PD — sinistra varia, ecologisti, movimentisti — si trovano davanti a un bivio che hanno già percorso, con esiti non esaltanti. Vent’anni fa, la scelta fu quella di allearsi con la parte del sistema che almeno prometteva riforme sociali, salvo poi non mantenerle. L’Ulivo strappava qualche concessione, ma il prezzo era la subalternità culturale e programmatica. Una scelta ingenua, come è stato riconosciuto, ma non priva di una sua razionalità: chi promette è almeno in parte vincolato dalla promessa.
Oggi la situazione è più paradossale. Il PD non promette più nulla che assomigli a una rottura: ripete il mantra della responsabilità europea, si posiziona come presidio dell’ordine liberale contro la barbarie populista, e considera qualsiasi critica al funzionamento dell’Unione come concessione alla destra sovranista. Allearsi con questo soggetto non è ingenuità tattica: è accettazione esplicita di un quadro che esclude la redistribuzione, mantiene la repressione salariale come strumento di competitività e garantisce la libera circolazione dei capitali come dogma intoccabile — comprese le delocalizzazioni, che restano il ricatto strutturale più efficace contro qualsiasi ipotesi di contrattazione reale.
Nel frattempo, paradossalmente, alcune delle promesse classicamente associate alla sinistra — sovranità monetaria, limitazione ai movimenti di capitale, protezione del mercato interno — sono state agitate, senza mai essere mantenute, dalla destra populista. Non perché la destra sia di sinistra, ma perché il sistema politico italiano ha completato un rovesciamento semantico quasi perfetto: la “sinistra” istituzionale difende l’austerità e la governance sovranazionale, la destra ne critica i vincoli. Allearsi con i primi per combattere i secondi significa combattere la retorica con la sostanza che la retorica critica.
C’è poi un elemento culturale che non va sottovalutato. La sinistra radicale ha gradualmente spostato il proprio baricentro identitario dalle categorie economiche a quelle simboliche e rappresentative. Non è un fenomeno casuale: è il risultato di decenni di progressiva marginalizzazione del conflitto di classe come categoria analitica e politica. Un sistema che preferisce una sinistra culturalmente impegnata e socialmente inoffensiva a una sinistra che metta in discussione la distribuzione del reddito e del potere.
Il campo largo, dunque, non è nemmeno un compromesso: è la formalizzazione di una resa. Non una coalizione tra soggetti diversi che trattano, ma la dissoluzione delle componenti più critiche dentro un progetto che ha già deciso i propri confini. Confini che escludono, per definizione, qualsiasi messa in discussione dell’ordine economico che ha preparato il terreno alla crescita della destra che si dice di voler combattere.
La sinistra che vuole essere utile ha davanti a sé una scelta netta: ricostruire autonomia politica e radicamento sociale, oppure continuare a fare da ala presentabile a un centrosinistra che non ha nessuna intenzione di cambiare la struttura del potere. Il campo largo può anche portare qualche vittoria elettorale locale. Ma una vittoria elettorale che non sposta i rapporti di forza reali non è un passo avanti: è una forma sofisticata di immobilismo.

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