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lunedì 29 Novembre 2021
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La vita interrotta dei bambini soldato

Il dramma dei bambini soldato, fenomeno volutamente nascosto, illegale per le convenzioni internazionali, ma di cui esistono stime approssimative.

Le vite rubate dei bambini soldato,

Sono centinaia di migliaia i bambini arruolati nei gruppi armati in almeno 14 paesi del mondo. Non esiste una statistica ufficiale, solo stime, per un fenomeno volutamente nascosto, considerato illegale dalle convenzioni internazionali. Oltre 30mila gli arruolamenti documentati a partire dal 2012. Ma è solo la punta dell’iceberg: si stima che in realtà siano 250mila i bambini soldato coinvolti in conflitti in tutto il mondo.

Secondo l’Unicef non ci sono dati attendibili sul numero dei bambini direttamente associati a forze armate, ma oltre 100mila bambini sono stati smobilitati e reintegrati dal 1998.

Nel 2017 le Nazioni Unite hanno identificato 14 paesi dove è ancora presente un massiccio arruolamento di bambini soldato: Afghanistan, Colombia, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Iraq, Mali, Myanmar, Nigeria, Filippine, Somalia, Sud Sudan, Siria e Yemen.

La vita interrotta dei bambini soldato

Come si vede è un balletto di cifre confuse, alcune documentate ma in minima parte, ma già così il quadro della gravità della situazione appare in tutta la sua atrocità.

Nel 2019 (ultimo dato veramente attendibile ma in questi due anni non c’è stao alcun paramentro che possa indicare un miglioramento della situazione) è stata presentata al Segretario generale dell’ONU un rapporto dedicato alla situazione dell’infanzia nei conflitti che, indicando solo il breve periodo preso in considerazione, quantificava in quasi ottomila minori, alcuni anche di sei anni, arruolati ed utilizzati in conflitti, per lo più in Africa.

Il totale del numero di vittime tra i minori si attestava a poco più di 10 mila unità (nel 2018 erano state 12.014), con l’Afghanistan in testa alla classifica, seguito da Siria e Yemen. Un minore su quattro morto a causa di ordigni esplosivi e mine antiuomo. Sono stati 1.683 i bambini rapiti nel 2019, soprattutto in Somalia, Repubblica democratica del Congo (Rdc) e Nigeria.

Francesco Semprini, corrispondente da New York e inviato di guerra per La Stampa ha osservato da vicino questo dramma in più di un occasione. In una vecchia intervista a Repubblica raccontava:

L’ultima volta che ho visto occhi di bambino trasformati in maschere del terrore è stata molto dopo, nel febbraio 2019, quando con una brigata curda dell’Unità di protezione popolare (Ypg) del Rojava ho seguito la battaglia di Baghuz, nella provincia di Der Azzur, appendice sud orientale della Siria, estrema sacca di resistenza dello Stato islamico. Ricordo i volti di quei giovanissimi intercettati mentre tentavano di confondersi tra i civili in fuga attraverso i corridoi umanitari: iracheni, uzbeki, ceceni, qualche occidentale, combattenti in embrione di Ashbal al-Khilafa (i leoncini del Califfato).

Tanti piccoli innocenti sono rapiti da scuole e villaggi e trasformati in combattenti, cuochi, facchini, messaggeri, dopo esser stati sottoposti a violenze di ogni tipo: uccisioni, torture, mutilazioni, violenze sessuali ed uso di droghe, somministrate per eliminare dolore e paura. Le bambine sono spesso utilizzate per gli attentati suicidi, ad esempio in Nigeria da Boko Haram.

La vita interrotta dei bambini soldato

Olara Otunnu, Rappresentante Speciale del Segretario Generale Onu per i bambini nei conflitti armati, così spiegava il fenomeno:

I bambini non sono ancora pienamente coscienti delle loro azioni: possono essere facilmente indottrinati e trasformati in spietate macchine belliche.

Ci sono motivi ambientali che aiutano la diffusione del problema: l’enorme disponibilità di armi leggere (pistole, mitra e fucili) nei Paesi più poveri del mondo, i trafficanti di armi fanno affari d’oro in queste aree di conflitto senza regole e controlli; inoltre la mancata registrazione dei bambini alla nascita, nega loro il diritto all’identità anagrafica; infine la facilità di indottrinamento dei più piccoli.

La Somalia è fra i Paesi più coinvolti in questa piaga: i dati Onu, sempre riferiti al 2019, indicano in 1.500 i ragazzini utilizzati ed arruolati, per lo più rapiti dalle milizie di Al Shebab, ma utilizzati anche da esercito e polizia, in quasi 200 casi.

Nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) 2.506 minori sono stati reclutati dal 2008 e utilizzati fino al loro rilascio, nel 2019, da 38 diverse formazioni guerrigliere.

Mala anche il Sahel: nella Repubblica Centrafricana l’ONU ha accertato almeno 200 nuovi casi di minorenni utilizzati come soldati e altrettanti nel Mali, all’interno di gruppi terroristi.

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Il diritto internazionale considera i minori utilizzati nelle guerre vittime della ferocia degli adulti, tuttavia in molti casi sono detenuti, privati delle cure parentali, sanitarie del cibo e sottratti ai propri genitori a causa dell’ appartenenza a gruppi terroristici.

Nel 2019, grazie all’Unicef, oltre 13.000 minori sono stati separati da eserciti e guerriglie ma in mancanza di programmi duraturi nel tempo e per scarsità di fondi, gli ex bambini soldato possano essere riarruolati o dedicarsi al banditismo, ad esempio nel Sud Sudan.

Il rispetto delle Convenzioni internazionali dovrebbe essere posta alla base delle relazioni fra i Paesi. In particolare dovrebbe essere vietata ogni sorta di aiuto militare. E invece avviene esattamente il contrario, in questo vortice di ipocrisia, con organi della comunità internazionale che perseguitano questi crimini, mentre contemporaneamente altri organi vendono agli stessi soggetti armi.

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Sira De Vanna
Speaker radiofonica, redattrice, storico dell'arte. Caporedattore per Kulturjam.it

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