Alberofobia municipale: non è ideologia, è il bilancio che odia gli alberi

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Piazza dei Cinquecento a Roma tocca i 51°C, San Babila segue lo stesso destino minerale. Dietro l’alberofobia dei Comuni non c’è solo ideologia: c’è un bilancio che premia la pietra, senza manutenzione, contro l’albero, onere fisso da quarto di secolo. Milano lo chiama sostenibilità.

Alberofobia municipale: il vero colpevole non è il decoro urbano, è il bilancio

Cinquantuno gradi, con punte fino a cinquantaquattro: sono le temperature rilevate sulla pavimentazione della nuova Piazza dei Cinquecento a Roma, quarantacinquemila metri quadrati di travertino e basaltina inaugurati in pompa magna per il Giubileo davanti alla stazione Termini. Una piastra radiante presentata come biglietto da visita monumentale della Capitale, che nel progetto originario premiato al concorso prevedeva un vero bosco urbano capace di infittirsi progressivamente verso via De Nicola.

Quel bosco non è mai germogliato, e sul perché esistono due versioni in aperta tensione tra loro. Da un lato, chi ricorda che il vincolo era prevedibile fin dall’inizio: il solettone di cemento che copre gli spazi sotterranei della stazione non consente alberature di alto fusto, e le radici avrebbero comunque danneggiato le presenze archeologiche interrate, un’informazione, va detto, già nota da decenni, dato che nella vecchia piazza gli unici alberi tollerati erano ulivi in vaso. Dall’altro lato, gli stessi progettisti dello studio vincitore del concorso hanno preso pubblicamente posizione sostenendo di aver previsto correttamente il verde nel progetto originario, e attribuendo la sua mancata realizzazione a scelte intervenute successivamente, non a un errore di disegno.

Che la colpa sia di un concorso bandito senza tener conto di un vincolo strutturale già noto, o di una fase esecutiva che ha tradito il progetto premiato, resta il fatto che il risultato finale è lo stesso: un deserto di pietra al posto di un bosco urbano promesso.

San Babila a Milano racconta una storia per molti versi gemella: la stessa linea metropolitana citata come vincolo tecnico, la stessa pavimentazione minerale al posto delle alberature nel cuore della piazza, sebbene qui il cantiere abbia comunque regalato al quartiere circostante, non alla piazza stessa, una settantina di nuovi alberi lungo Corso Europa.

Ma ridurre il fenomeno a un vizio estetico o a un cedimento ideologico delle giunte amministrative, come vuole una certa vulgata polemica diffusa sui social, significa fermarsi alla superficie del problema, letteralmente. La ragione più prosaica, e per questo meno raccontata, sta nei bilanci comunali. Un albero non è un elemento decorativo a costo zero: è un onere fisso pluriennale, che comprende manutenzione del verde, potature stagionali, raccolta del fogliame caduto, pulizia delle caditoie che altrimenti si intasano, gestione di eventuali colonie di volatili con il relativo carico di guano da smaltire.

Un lastricato di pietra, al contrario, una volta posato non chiede nulla: nessuna manutenzione ricorrente, nessuna voce di spesa corrente da giustificare anno dopo anno in un bilancio già asfittico. Da un quarto di secolo, dalla riforma del Titolo V della Costituzione in poi, gli enti locali italiani operano sotto una pressione finanziaria strutturale coerente con un’impostazione che privilegia il pareggio di bilancio sopra quasi ogni altra priorità politica.

Piantare e soprattutto mantenere alberature urbane diffuse non è un atto di volontà politica negato per pigrizia ideologica: è una voce di spesa che compete, e spesso perde, contro esigenze di cassa immediate, la stessa logica, non a caso, che ha reso negli ultimi anni la cessione di patrimonio comunale una fonte sempre più praticata per alimentare le partite correnti.

Quando risparmiare diventa una policy verde

Milano offre un caso paradigmatico di come si possa trasformare un’esigenza di bilancio in una narrazione ambientalista impeccabile. Palazzo Marino ha annunciato lo “sfalcio ridotto” su 54 aree pubbliche per un totale di 1,3 milioni di metri quadrati, motivandolo con benefici reali e documentati — maggiore biodiversità, habitat per impollinatori, ritenzione dell’umidità nel suolo, mitigazione delle isole di calore. Tutto vero, sia chiaro: la letteratura scientifica sulla gestione differenziata del verde urbano conferma questi effetti. Ma il fatto che una misura che riduce drasticamente i costi di manutenzione ordinaria coincida perfettamente con l’ultima frontiera della sostenibilità ambientale meriterebbe, quantomeno, un sopracciglio alzato: centocinquanta cartelli informativi per spiegare ai cittadini perché l’erba non viene più tagliata sono, in fondo, un investimento in comunicazione decisamente più economico di uno in manutenzione del verde arboreo.

Una politica colpevole, bipartisan

Detto questo, la campagna elettorale della destra che cavalca il tema dell’alberofobia municipale come clava contro le giunte avversarie meriterebbe di guardarsi allo specchio prima di alzare la voce. Le amministrazioni di centrodestra non hanno certo brillato per programmi elettorali particolarmente verdi, né per una gestione del territorio meno disinvolta altrove nel Paese, dove valli e coste amministrate da giunte dello stesso segno politico raccontano una storia di cementificazione che raramente finisce nei loro comizi.

Roma, va detto per completezza, conta oggi settemila alberi in più rispetto alle amministrazioni precedenti, in parte grazie a fondi PNRR, ma quell’incremento si concentra in aree periurbane e residuali, mentre le chiome perse nelle piazze centrali, quelle che davvero mitigano il calore percepito da chi cammina ogni giorno tra travertino e asfalto, restano un buco che nessun totale aggregato riesce a colmare.

Il problema del verde urbano denso non è una questione di conteggio assoluto: è una questione di dove, di quanto, del prendersene cura e soprattutto di chi decide di pagarne il conto, un dettaglio che tutti gli schieramenti politici, quando fa comodo, preferiscono lasciare fuori dal titolo.

 

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