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Il nuovo pacchetto automotive UE arretra sugli obiettivi ambientali ma non offre alcuna politica industriale. Zero investimenti, nessuna strategia, impianti che chiudono. L’Europa parla di transizione mentre smantella la propria industria.
Auto, il grande bluff europeo
All’Europa servirebbe una politica industriale degna di questo nome. In cambio, la Commissione continua a distribuire pacchetti vuoti, ben confezionati e accuratamente privi di contenuto. L’ultimo, quello dedicato all’automotive, arriva a fine 2025 come un regalo avariato: molta retorica “verde”, qualche concessione ai produttori, zero strategia. Il risultato è un settore industriale lasciato a galleggiare mentre il resto del mondo accelera.
Nel frattempo, il contesto globale si fa sempre più ostile. L’anno nuovo si apre con l’ennesima escalation geopolitica, dall’aggressione al Venezuela bolivariano all’ulteriore irrigidimento dei blocchi economici. L’Europa, che avrebbe tutto l’interesse a rafforzare la propria autonomia produttiva, sceglie invece la strada opposta: rinnovata austerità, deregulation selettiva e assenza totale di pianificazione.
Il pacchetto automotive della Commissione si inserisce perfettamente in questa traiettoria. Formalmente, rivede i target sulle emissioni al 2035, abbandonando il divieto totale dei motori termici e introducendo un approccio definito “tecnologicamente neutro”. Nella sostanza, arretra. L’obiettivo di riduzione delle emissioni scende dal 100 al 90 per cento, mentre il restante 10 viene affidato a compensazioni: e-fuels, biocarburanti, acciaio “verde”. Tradotto: una quota consistente di veicoli continuerà a montare motori termici ben oltre la data simbolo della transizione ecologica.
L’arte europea di non decidere
Questa svolta viene presentata come pragmatica. In realtà è il solito esercizio di equilibrismo europeo: non scontentare nessuno, non investire nulla, rinviare tutto. Alle concessioni ambientali si affianca un pacchetto di “semplificazioni” burocratiche per le imprese, che dovrebbe garantire risparmi stimati in qualche centinaio di milioni. Spiccioli, se rapportati alla dimensione della crisi industriale in corso.
Il dato politicamente più interessante è la reazione dei grandi gruppi. Stellantis e gli altri costruttori accolgono il pacchetto con freddezza, mentre l’indotto lo critica apertamente. Non perché sia troppo ambizioso, ma perché non risolve nulla: poche certezze sui carburanti alternativi, confusione sull’acciaio europeo, rigidità persistenti sui veicoli commerciali. Un malcontento che rivela una contraddizione di fondo: chi per anni ha chiesto meno regole ora scopre che meno regole non significa più industria.
La narrazione dominante attribuisce le difficoltà europee all’eccesso di vincoli normativi e alla concorrenza “sleale” dei produttori asiatici, cinesi in particolare. Una lettura comoda, ma parziale. L’industria automobilistica cinese non ha vinto perché priva di regole, bensì perché sostenuta da una massiccia politica pubblica, da investimenti coordinati e da una competizione interna feroce su un mercato gigantesco. Risultato: veicoli elettrici più economici e tecnologicamente superiori.
L’Europa, al contrario, ha affidato la transizione all’iniziativa privata, sperando che il mercato facesse il resto. Non lo ha fatto. I tentativi di colmare il divario sulle batterie, anche attraverso fondi pubblici e progetti di gigafactory, si sono rivelati insufficienti e tardivi. Intanto, le case europee delocalizzavano, svuotando gli impianti storici e riducendo l’occupazione, soprattutto nei Paesi periferici.
L’industria che l’Europa ha già perso
Il pacchetto automotive è quindi perfettamente coerente con il Piano d’Azione per l’Auto: molte parole, nessuna risorsa aggiuntiva, nessun indirizzo vincolante. Non un euro per la riconversione produttiva, non un piano per la filiera, non una strategia per l’innovazione. Solo l’illusione che qualche aggiustamento normativo possa invertire una tendenza strutturale.
Le conseguenze sono già visibili. In Italia, gli stabilimenti Stellantis hanno perso in silenzio migliaia di addetti, soprattutto nel Mezzogiorno, attraverso uscite “volontarie” e prepensionamenti. Una riduzione di capacità produttiva mascherata da ristrutturazione. E questo è solo l’inizio.
La responsabilità non è astratta. Ricade sui governi nazionali e sulla Commissione europea, coautori di un modello basato sulla delocalizzazione e sull’abdicazione della politica industriale. Un modello che ora presenta il conto.
Chiunque abbia davvero a cuore la filiera dell’auto, l’occupazione e la transizione ecologica dovrebbe partire da un punto elementare: senza pianificazione pubblica non esiste riconversione. Senza investimenti massicci, obiettivi chiari e controllo democratico delle scelte industriali, l’Europa resterà spettatrice della propria marginalizzazione tecnologica. E continuerà a chiamare “pacchetti” quelli che, più semplicemente, sono vuoti a perdere.

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