Attentato a Istanbul: esplosione lungo l’Istiklal, la pedonale cuore del centro commerciale e occidentale della città: almeno 6 morti e 81 feriti, e nel giro di poche ore trovati e arrestati ben 47 presunti colpevoli del ‘terrorismo curdo’ che, anche nella sua massima esasperazione, non aveva mai colpito con attentati indiscriminati.
La versione ufficiale parla di una donna siriana armata dal Pkk, ma modalità di altri terrorismi che emergono tra le maglie della censura, inducono ad altri sospetti. Il punto di Remocontro*
Attentato a Istanbul, tanti i dubbi
Una forte esplosione, prima una sospetta donna kamikaze poi altri colpevoli, contabilità tragica e certa i 6 morti e 81 feriti sconosciuti e non si sa quanto gravi, e ora 47 arresti di presunti colpevoli, una vera e propria retata annunciata dal ministro dell’Interno turco Suleyman Soylu che, come facilmente prevedibile, ha accusato il Partito dei lavoratori del Kurdistan per l’attentato. «La persona che ha piazzato la bomba è stata arrestata. Secondo le nostre conclusioni, l’organizzazione terroristica Pkk è responsabile dell’attacco», ha affermato Soylu in una dichiarazione notturna, trasmessa dall’agenzia ufficiale Anadolu e dalle televisioni locali. Ora si parla di una donna siriana al soldo del Pkk. Il ministro ha accusato le forze curde che controllano parte della Siria nord-orientale, che Ankara considera terroristi, di essere dietro l’attacco: «Riteniamo che l’ordine per l’attacco sia stato dato da Kobane».
Il ministro dell’Interno non ha specificato gli elementi che hanno portato agli arresti. Il ministro della Giustizia, Bekir Bozdag, ha fatto riferimento a una «borsa appoggiata su una panchina». «Una donna si è seduta su una panchina per 40-45 minuti, e qualche tempo dopo c’è stata un’esplosione. Tutti i dati su questa donna sono attualmente indagati», ha continuato. «O questa borsa conteneva un timer o qualcuno l’ha attivato da remoto», ha aggiunto.

La galassia jihadista in Siria all’ombra di Ankara
Di un tempismo eccezionale la riflessione Giampaolo Cadalanu in Enduring freedom. «La leadership turca appare disposta a cambiare alleanze, sia per quanto riguarda i gruppi jihadisti operanti in Siria, sia sul piano dei governi. Recep Tayyp Erdogan ha archiviato in modo definitivo ogni richiesta di un cambio di regime a Damasco, e anzi ha espresso ai suoi il rammarico per non aver incontrato Bashar al Assad a settembre, al vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai».
Hayat Tahrir al-Sham, l’organizzazione prima nota come Fronte al-Nusra, affiliata ad al-Qaeda, il più forte fra i gruppi sunniti che operano in Siria. Nei giorni scorsi i jihadisti di HTS hanno preso il controllo di Afrin, centro curdo nel nord della provincia di Aleppo occupata dalle truppe di Ankara nel 2018. La presa della città è avvenuta grazie anche al sostanziale via libera di altri gruppi radicali considerati più vicino alle forze turche. La conquista di Afrin ha suscitato allarme anche negli Stati Uniti.
Patrioti o terroristi a minaccia o convenienza
Ankara considera tuttora HTS un gruppo terrorista, ma sul terreno Hayat Tahrir al-Sham appare l’unica organizzazione in grado di tener testa alle Forze democratiche siriane, la coalizione che ha combattuto contro il Califfato e che Erdogan chiama terrorista perché comprende le unità curde YPG, considerate in Turchia l’ala siriana del PKK.

* l’articolo integrale è su Remocontro
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