21.6 C
Rome
giovedì 19 Maggio 2022
PolisMondoLa svolta 'cinese' dell'Arabia Saudita: dai petrodollari ai petroyuan?

La svolta ‘cinese’ dell’Arabia Saudita: dai petrodollari ai petroyuan?

L’Arabia Saudita è in trattative con Pechino per utilizzare lo yuan nella vendita di petrolio alla Cina. Lo riferisce il Wall Street Journal spiegando che la mossa intaccherebbe il dominio del dollaro Usa sul mercato petrolifero globale e come valuta di riferimento negli scambi internazionali. Di fatto, una nuova moneta internazionale alternativa al dollaro e alla politica economica e di potenza americana almeno per la parte orientale del mondo sulla spinta anti occidentale mossa dalla Russia

Di Pietro Orteca*

Guerra del dollaro. Se l’Arabia Saudita farà pagare alla Cina il petrolio in yuan

La guerra che accelera tutto

Uno degli effetti più importanti della guerra ucraina, sulle relazioni internazionali, è quello di avere accelerato i ritmi della diplomazia. Accordi, patti, gentlemen’s agreement o, addirittura, stravolgimenti di alleanze, avvengono sotto i nostri occhi, in tempo reale.

Ma, in qualche caso, i cambiamenti seguono percorsi alternativi, che potremmo definire “sottotraccia”. E che si presentano, all’improvviso, mostrando scenari radicalmente nuovi (o che potrebbero modificarsi da un mese all’altro) in determinate aree del pianeta.

Ovviamente, la lingua batte dove il dente duole e, quindi, le regioni che possono essere coinvolte in un repentino cambio dell’asse geopolitico, sono quelle che hanno un equilibrio più precario.

Il mondo arabo e gli Stati Uniti

La riflessione di oggi è dedicata a un Paese considerato grande amico degli Stati Uniti e, contemporaneamente, perno centrale delle sue alleanze nel mondo islamico moderato: l’Arabia Saudita.

Il regno sunnita di bin Salman garantisce molte cose a Washington (e all’Occidente), in cambio di una collaudata tutela nei confronti degli storici nemici persiani. Riad esporta fiumi di petrolio, lega il Golfo Persico al Mar Rosso, controllando, sia pure indirettamente, gli stretti di Hormuz e di Bab-el-Mandeb, collabora con Israele e argina il fondamentalismo islamico (almeno sulla carta).

Insomma, l’Arabia Saudita è un alleato da tenersi caro. Anche se i diritti umani, laggiù, spesso sono un optional.

Regole e diritti umani a convenienza

Ma, si sa, per i nemici le regole si applicano “con durezza”, mentre per gli amici si interpretano “con comprensione”. Quindi, da quelle parti, per gli americani, la spiccia somministrazione di frustate, a qualche malcapitata, non è mai stato un problema. Figuriamoci. No, il vero ostacolo è il programma nucleare iraniano e la presunta (rinnovata) tolleranza Usa.

Gli sceicchi vedono gli ayatollah come fumo agli occhi e temono le loro mire egemoniche. A Teheran sono sciiti, ma soprattutto sono persiani e non sono arabi. Ultimamente Biden (per l’ennesima volta) ha cambiato alcuni fondamenti strategici della sua politica estera, riavvicinandosi all’Iran.

Alle riunioni di Vienna, per il rinnovo del trattato sul nucleare, gli Stati Uniti hanno fatto concessioni importanti. Secondo alcuni osservatori, addirittura eccessive, come quella di togliere dalla lista dei gruppi terroristici i “pasdaran”.

L’incubo e ‘la bomba’

Ma, soprattutto, avrebbero messo in condizione Teheran di allargare le maglie dell’accordo, per costruirsi “la bomba”. Comunque sia, questo atteggiamento ha mandato in bestia sauditi, israeliani e tutta la compagnia dei sunniti moderati.

E siccome in politica estera gli sgarbi si pagano, con gli interessi, bin Salman si è rifatto, ostacolando la politica anti-Putin di Biden all’Onu. Per la risoluzione sui diritti umani si è astenuto, tirandosi appresso tutto il Medio Oriente.

Poi, si è rifiutato di parlare al telefono con lo stesso Presidente e, infine, ha lasciato alla porta, senza riceverlo, il Segretario di Stato, Antony Blinken.

Vaso di Pandora geopolitico

Dopo aver fatto capire alla Casa Bianca che aria tirava, il Principe saudita ha detto che non si deve parlare, manco per idea, di aumentare la produzione di petrolio.

Una mossa che, a Washington, avevano studiato, per venire incontro agli eventuali “buchi” provocati dalle sanzioni alla Russia. Quanto accaduto finora, però, è solo un piccolo antipasto di ciò che potrebbe succedere nei prossimi mesi.

E non solo a livello mediorientale. La guerra ucraina e il titanico scontro tra Occidente e Russia hanno avuto l’effetto di un vaso di Pandora geopolitico. Con ricadute devastanti anche sulla sfera economica e finanziaria.

Contro l’asse Washington Londra

Dopo le sanzioni è entrato in crisi il sistema dei pagamenti internazionali. Imperniato sul dollaro. Proprio su questo versante la Cina, cogliendo l’occasione di spalleggiare la Russia, ha iniziato una battaglia sottotraccia con l’obiettivo di riscrivere, a poco a poco, tutto il modello delle transazioni finanziarie.

Dando spazio allo yuan e togliendolo al dollaro. E il “Wall Street Journal” ha dato notizia di un ardito progetto saudita: accettare dalla Cina pagamenti in yuan, in cambio delle esportazioni di greggio. Una formula che potrebbe essere applicata anche dagli Emirati.

“Se si tiene conto, poi, delle posizioni assunte all’Onu da altri Paesi dell’Opec e della disponibilità dell’India a convertite la rupia in rubli, il quadro si fa complesso. E non certo tranquillizzante, per il futuro del dollaro.”

*L’articolo originale è stato pubblicato su Remocontro

Cartoline da Salò: un anno marchiato dalle stimmate della pandemia

 

Leggi anche


Ti potrebbe anche interessare

Ultimi articoli