Albanese sempre nel mirino: la minoranza mediatica che soffoca il dissenso

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Spente le piazze per Gaza, una minoranza mediatica occupa il dibattito, trasforma ogni critica a Israele in antisemitismo e fa squadrismo d’opinione contro chi si oppone (il caso Albanese è esemplare). Il dissenso diventa minaccia, il conflitto sociale scompare. Ma senza conflitto organizzato la democrazia si svuota e resta solo il monologo.

Le minoranze rumorose che pretendono di essere la maggioranza

– Ferdinando Pastore & Alexandro Sabetti

Spente le piazze, evaporato il brusio delle manifestazioni per la Palestina, resta un coro ristretto che occupa l’etere con zelo inquisitorio. Non è la maggioranza del Paese, ma una pattuglia mediaticamente ipertrofica che si autorappresenta come coscienza morale collettiva. Il dissenso, nel frattempo, viene confinato in un cono d’ombra: non negato apertamente, ma riscritto come eccesso, disturbo, deviazione.

Il cortocircuito è evidente. Fino a ieri si denunciava la mobilitazione “emotiva”, l’esuberanza delle kefiah, l’ingombro simbolico delle bandiere palestinesi. Oggi, dissolto il rumore di fondo delle piazze, si pretende che il tema sia uno solo: la difesa incondizionata di Israele, accompagnata dall’uso sistematico di una parola-chiave — antisemitismo — trasformata in dispositivo retorico universale. Ogni critica all’operato del governo di Tel Aviv diventa sospetta, ogni analisi sui bombardamenti a Gaza viene riscritta come pregiudizio.

Non è un caso che figure come Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, siano oggetto di continue campagne aggressive e delegittimanti. Le sue relazioni, per quanto si possa ritenerle contestabili sul piano politico, sono state affrontate non con argomentazioni puntuali, ma con una strategia di attacco personale. l-e sanzioni ad personam sono uno scandalo continuamente taciuto da un sistema completamente asservito alle richieste palesi che giungono da Washington e Tel Aviv. Ma la canea mediatica dei soliti noti contro la relatrice ONu è la dinamica tipica delle minoranze rumorose: spostare il confronto dal merito al marchio infamante.

Così come nello schema del conflitto ucraino, c’è questa galassia mediatico\politica assolutamente minoritaria, ma con enorme visibilità, che ha fatto dell’assertività acritica pro-Israele una linea identificativa.

Nel dibattito pubblico italiano ed europeo, l’accusa di antisemitismo è diventata un interruttore. Si accende per spegnere il resto. Il conflitto israelo-palestinese — che coinvolge responsabilità politiche, militari e giuridiche complesse — viene ridotto a una dicotomia morale elementare. Chi chiede il rispetto del diritto internazionale o indagini indipendenti sui crimini di guerra è sospinto ai margini del consesso civile.

L’ossessione securitaria come surrogato della politica

Quando il conflitto sociale si attenua, quando le piazze si svuotano, ciò che rimane è spesso una pulsione securitaria che riempie il vuoto. Si invocano misure eccezionali contro chi dissente, si suggeriscono restrizioni preventive, si normalizza l’idea che l’ordine pubblico debba prevalere sulla libertà di espressione. Non siamo ancora alla sospensione formale delle garanzie costituzionali, ma il lessico si fa allarmante.

La minoranza mediatica che detta l’agenda non si limita a difendere Israele come Stato. Difende una concezione dell’Occidente come blocco identitario assediato. Ogni critica diventa un tradimento, ogni mobilitazione un potenziale focolare di radicalismo. Il paradosso è che questo approccio, presentato come baluardo della civiltà liberale, adotta toni e strumenti che ricordano più l’intolleranza che la pluralità.

Nel frattempo, la tragedia di Gaza continua a produrre cifre, rapporti, testimonianze. Le organizzazioni umanitarie parlano di migliaia di vittime civili, infrastrutture distrutte, crisi sanitaria permanente. Ma questi dati faticano a trovare spazio nel discorso dominante. Si preferisce concentrarsi sull’ordine interno, sulla minaccia simbolica delle manifestazioni, sulla necessità di contenere il dissenso.

Senza conflitto non c’è democrazia

La democrazia non vive di alternanze rituali o di maggioranze aritmetiche. Vive di conflitto organizzato, di corpi intermedi, di movimenti capaci di articolare domande collettive. Quando queste strutture si indeboliscono, il dibattito si riduce a monologo. La storia politica italiana lo dimostra: dalle stagioni dei grandi movimenti operai fino alle battaglie civili del Marco Pannella e del Partito Radicale, il conflitto ha ampliato diritti, non li ha compressi.

Oggi, invece, si assiste a un rovesciamento semantico. Chi difende la libertà di critica viene dipinto come estremista; chi chiede misure restrittive si autoproclama moderato. È un gioco di specchi che produce un effetto preciso: restringere lo spazio del legittimo.

La minoranza rumorosa prospera nell’assenza di mobilitazione diffusa. Senza piazze, senza associazioni, senza sindacati capaci di incidere, il discorso pubblico si concentra nelle mani di pochi commentatori onnipresenti. Non rappresentano necessariamente un vasto consenso, ma occupano le prime serate televisive e le colonne dei quotidiani, costruendo una narrazione compatta.

Il conflitto — quello autentico, argomentato, sociale — è l’antidoto alla deriva unanimistica. Senza di esso, restano solo i chierici della reazione, convinti di parlare a nome di tutti mentre parlano, in realtà, soltanto tra loro.

 

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