Il 25 Settembre ha certificato la fine della critica demolitrice

Per ragioni, storiche e politiche, i partiti attuali non hanno offerto ai cittadini una prospettiva di contributo attivo. Si è chiesto sostegno a scelte già fatte. Il 25 Settembre ha certificato tutto questo.

25 Settembre, fine della critica demolitrice

Credo si sia chiusa una fase, non so se esistenziale o politica più generale: quella della critica demolitrice.

Ora vi sono solo due possibilità per molti di noi: o si apre una fase di impegno costruttivo o ci si avvia verso un prudente ritiro, verso tematiche un po’ più distanti dai temi dell’attualità immediata, che non significa disimpegno dalla politica ma un altro tipo di agire politico.

Per molti della mia bolla, ma forse per tutti gli italiani che credono nell’impegno civile, si pone però un problema acuto: la mancanza di luoghi di elaborazione culturale e politica.

Per ragioni, storiche e politiche, i partiti attuali non hanno offerto ai cittadini una prospettiva di contributo attivo. Si è chiesto sostegno a scelte già fatte.

Questo vale per i partiti di destra come per quelli di sinistra o per i partiti di formazione recente, come il Movimento 5 Stelle.

Credo che molti di noi abbiano accettato questo ruolo di tifosi, consapevoli che comunque questa era ed è una degradazione della partecipazione politica e della democrazia. E dunque ci si è assunti il ruolo di polemisti contro quella che, di volta in volta, poteva essere considerata come la tendenza più pericolosa. Ma questa epoca si è chiusa il 25 Settembre.

Ora emerge una nuova sfida: se vi saranno o no luoghi di formazione e di elaborazione politica, di partecipazione alla formazione della definizione di una volontà politica.

Una necessità doppia: 1) dal punto di vista del sistema politico questo non ha le risorse interne per farlo, 2) dal punto di vista dei cittadini vi è la necessità di democrazia partecipata o del disimpegno.

Si chiude la fase che ha visto tutti noi trasformati in tifosi o, peggio, in giannizzeri.
Non si lotta per progetti calati dall’altro e non si da sostegno a partiti o formazioni che non prevedano processi di formazione democratica del progetto politico.

Vedremo quali forze sapranno farsi carico di questa esigenza democratica. Perché è chiaro che senza questo requisito diventa difficile parlare di formazioni democratiche. Come anche, diventa inutile dibattere e litigare se questo non ha costrutto.

Del resto, il paese va incontro a problemi enormi, e ciò impone la necessità di passare dalla polemiche alla definizione di ipotesi percorribili e di possibilità positive.

Dubito che ciò accadrà. Ma se non accade presto è il sistema politico nel suo complesso che imploderà, generando una crisi di legittimazione sistemica che non è difficile vedere già all’opera.

La democrazia rappresentativa è ancora la soluzione migliore?

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Vincenzo Costa
Vincenzo Costa
Vincenzo Costa è professore ordinario alla Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele, dove insegna Fenomenologia. Ha scritto saggi in italiano, inglese, tedesco, francese e spagnolo, apparsi in numerose riviste e libri.

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