L’astensione e il rito del sondaggio

Il fenomeno dell’astensione non appartiene più alle qualità dei qualunquisti. È solo l’altra faccia del voto spoliticizzato.

L’astensione e l’immiserimento della dimensione del voto

Prima di recarmi alle urne mi sono accomodato nel bar più vivace del quartiere. La domenica mattina è tempo di brunch. Uno di quei riti dalla socialità cool nei quali si fa sfoggio della propria brillantezza argomentativa.

Dove il vociare suadente è abile nell’intrecciare pubblico e privato, giudizi ed esperienze. Questo accavallarsi di opinioni abbraccia anche le considerazioni e quindi le scelte politiche.

La breccia della spoliticizzazione passa attraverso la dimensione del voto. Sembra una contraddizione ma non la è. Tanto il voto è reso spartiacque della civiltà quanto il suo immiserimento a processione occasionale disintegra la democrazia.

I tavolini nella domenica del villaggio si sperticavano nell’individuare l’ultima mossa del dibattito, riproducendo l’ultimo salotto televisivo. Il tutto per arrivare a dichiarare, a voce alta, la propria definitiva scelta, presa sul momento o nelle ultimissime ore, ma ormai insindacabile.

Nell’era impegnata dei partiti, quelli solidi che immaginavano modelli di società, la politica non si riduceva a un evento. A una sfilata mondana. La sostanza democratica rendeva il giorno del voto introspettivo. Un passaggio dell’impegno, non la sua essenza.

Qualche vecchio militante al massimo esibiva sottobraccio con sobria fierezza il giornale di riferimento. Le convinzioni personali prendevano forma attraverso un confronto collettivo corroborato dalla forza del giorno per giorno. Cambiare idea, spartito intellettuale erano accadimenti legati al tormento del confronto, della crisi di coscienza e della lotta.

Per questo si trattavano con rigore. Senza l’esaltazione spensierata del discorso da ombrellone. Oggi la dittatura delle opinioni costringe a una naturale predisposizione d’animo al sondaggio. Sovrapponibile a un televoto. Rosanvallon la chiama politica della sfiducia. Dove le oscillazioni elettorali tendono a punire più che a costruire.

Si prova con qualcuno di nuovo per poi, alla successiva tornata allegorica, eliminarlo.
Ma con qualche aggravante.

Quei poteri di sorveglianza e di interdizione capaci un tempo di intervenire nell’indirizzo politico di uno Stato, pur non essendo esercitati all’interno delle istituzioni, oggi sono efficaci solo se calati dall’alto. Il veto, ormai codificato e formalizzato, alla sovranità popolare, che irrompe attraverso le strutture sovranazionali, ha ragion d’essere solo se rivestito di credibilità professionale, tecnica e manageriale.

Modo diretto per espellere dal gioco quelle che un tempo erano chiamate le masse. Irrazionali di per sé. Poco inclini ad accettare la versione sondaggista della democrazia. Priva di orizzonti di riscossa.

Per questo motivo il fenomeno dell’astensione non appartiene più alle qualità dei qualunquisti. È solo l’altra faccia del voto spoliticizzato. Accompagnato dal susseguirsi accanito di opinioni, sensazioni, ispirazioni momentanee che spostano i flussi delle classi parlanti. Che poggiano lo sguardo di volta in volta su quel contenitore, liberale e atlantista, in grado di esprimere una “novità” accattivante. Resa seducente dalle luci dello Spettacolo. Per poi innescare quella spirale labirintica strutturata su un percorso consolidato: novità-disillusione-punizione-cambiamento. Fatti salvi gli imperativi di mercato. Costituzionalizzati e messi al riparo dalla contesa.

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Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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