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L’arresto di Andriy Yermak scuote ancor di più il vertice politico ucraino: ulteriori fondi europei destinati alla difesa e all’energia sarebbero finiti tra ville di lusso, società fantasma e droni costosissimi. La guerra patriottica di Kiev mostra sempre più il volto opaco di un sistema corrotto.
Kiev tra mazzette e droni fantasma: il sistema Zelensky entra in decomposizione
L’arresto di Andriy Yermak da parte dell’Alta Corte anti-corruzione ucraina segna probabilmente il punto più grave della crisi politica interna di Kiev dall’inizio dell’invasione russa del 2022. Non stiamo parlando di un funzionario periferico o di un oligarca minore sacrificabile mediaticamente. Yermak era il cuore operativo del potere ucraino, l’uomo che per anni ha accompagnato Volodymyr Zelensky in ogni snodo strategico, diplomatico e mediatico della guerra. Il “Mazzarino di Kiev”, come veniva definito negli ambienti politici ucraini, è ora accusato di riciclaggio, appropriazione di fondi pubblici e gestione di un sistema di società di comodo utilizzato per drenare denaro destinato alla difesa nazionale.
La procura anti-corruzione parla di decine di milioni di dollari sottratti ai programmi energetici e militari mentre il Paese viveva il suo “inverno più duro”. Tradotto: soldi europei e occidentali destinati alle infrastrutture bombardate e ai sistemi anti-aerei sarebbero finiti dentro ville con spa, piscine e giardini principeschi poco fuori Kiev.
Il dato politicamente devastante è un altro: l’inchiesta non nasce da propaganda russa o da ambienti filo-Cremlino. Nasce dagli stessi organismi anticorruzione sostenuti dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti. È questo il dettaglio che rende la vicenda ingestibile per Bruxelles.
Le ville della guerra patriottica
Secondo le ricostruzioni emerse dall’indagine “Re Mida”, oltre 100 milioni di dollari sarebbero stati sottratti ai fondi per fortificazioni e difesa energetica. Una parte del denaro sarebbe transitata attraverso una rete di società schermo fino a progetti immobiliari esclusivi. La cifra contestata solo nel ramo relativo alle residenze di lusso supera i 460 milioni di grivne.
Nel frattempo, milioni di ucraini vivevano tra blackout, sfollamenti e razionamenti energetici. Yermak pubblicava messaggi patriottici sui social invitando la popolazione a “resistere”. Una scena quasi grottesca: la guerra raccontata come epopea morale mentre intorno al potere si sviluppava una piccola Versailles del dolore sovvenzionata dai contribuenti europei.
Il problema, tuttavia, va oltre il singolo scandalo. La vicenda mostra la natura reale di una parte del sistema politico ucraino costruito durante la guerra: centralizzazione estrema del potere, opacità amministrativa, reti personali, oligarchie riciclate in patriottismo digitale e un’enorme massa di denaro occidentale riversata nel Paese con controlli spesso più teorici che reali.
Per anni chiunque osasse porre dubbi sulla gestione dei fondi veniva trattato come sabotatore morale della causa ucraina. In Europa si è costruita una narrazione quasi sacrale del conflitto: da una parte il bene assoluto, dall’altra il male assoluto. In mezzo, silenzio. Nessuna domanda scomoda. Nessuna analisi sui meccanismi concreti di redistribuzione dei miliardi inviati da Bruxelles e Washington. Ora quel silenzio comincia a rompersi.
Fire Point e il business della guerra infinita
Il secondo fronte dello scandalo riguarda Fire Point, azienda ucraina di difesa diventata in pochissimo tempo una delle principali beneficiarie dei fondi per i droni a lungo raggio. Nel 2024 avrebbe ricevuto circa 320 milioni di dollari su un miliardo complessivo destinato a questo settore.
I numeri raccontano qualcosa di surreale persino per gli standard delle economie di guerra contemporanee. Una società nata praticamente dal nulla, guidata da dirigenti senza particolare esperienza nel settore militare, ottiene contratti giganteschi, viene celebrata dai media occidentali come simbolo dell’innovazione bellica ucraina e produce il “Flamingo”, missile-drone da tremila chilometri di gittata raccontato come svolta strategica.
Poi arrivano i dati reali: poche decine di lanci, risultati militari minimi, costi enormi e sospetti su componentistica sovrafatturata e numeri gonfiati. Nel frattempo la Russia produce droni economici in quantità industriale con costi infinitamente inferiori.
È qui che emerge la contraddizione profonda del modello ucraino sostenuto dall’Occidente. Mentre il fronte necessiterebbe di strumenti semplici, economici e replicabili, una parte del sistema politico-industriale sembra orientata verso operazioni mediaticamente spettacolari ma strategicamente discutibili. Il missile “rosa”, la startup patriottica, la copertina sul New York Times, il manager visionario: tutto molto Silicon Valley della guerra. Tutto molto presentabile nei summit NATO.Molto meno efficace sul campo.
Intorno a Fire Point compare ancora una volta il nome di Timur Mindich, imprenditore vicino a Zelensky e Yermak, fuggito in Israele dopo le accuse. Anche qui il copione sembra familiare: patriottismo, finanziamenti pubblici, relazioni personali, fuga all’estero e interviste rassicuranti dalle spiagge di Tel Aviv.
E così il contribuente europeo scopre lentamente che una parte della “guerra per la democrazia” somiglia sempre di più a una gigantesca economia grigia alimentata da droni, propaganda e tangenti.

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