Ventimila bambini morti e il silenzio dell’Occidente: il rapporto ONU accusa Israele di genocidio

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Un rapporto ONU accusa Israele di aver deliberatamente colpito bambini palestinesi, parlando di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Oltre 20 mila minori uccisi secondo l’inchiesta. Israele respinge le accuse, ma cresce l’imbarazzo dell’Occidente.

Bambini nel mirino: il rapporto ONU che accusa Israele di genocidio e mette in imbarazzo l’Occidente

Il 23 giugno 2026 la Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati ha pubblicato uno dei documenti più duri dall’inizio della guerra di Gaza. La conclusione è destinata a lasciare un segno nel dibattito internazionale: secondo gli investigatori ONU, le autorità e le forze di sicurezza israeliane avrebbero deliberatamente preso di mira i bambini palestinesi, commettendo atti riconducibili al genocidio, a crimini contro l’umanità e a crimini di guerra.

Il rapporto esamina gli eventi compresi tra il 7 ottobre 2023 e il 7 ottobre 2025 e sostiene che almeno 20.179 minori palestinesi siano stati uccisi, circa il 30% delle vittime complessive del conflitto.

L’accusa non arriva da un’organizzazione militante o da un’associazione politica, ma da una commissione istituita dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Gli investigatori affermano che l’uso continuato di munizioni ad alto potenziale in aree densamente popolate, nonostante l’enorme numero di vittime infantili, rappresenterebbe un elemento rilevante per dimostrare l’intenzionalità degli attacchi. Secondo il presidente della Commissione, Srinivasan Muralidhar, colpire i bambini significa compromettere la capacità futura del popolo palestinese di sopravvivere come comunità nazionale.

Israele ha respinto integralmente le conclusioni del rapporto. La missione diplomatica israeliana a Ginevra ha definito il documento una “calunnia” e una “farsa diffamatoria”, sostenendo che l’esercito operi nel rispetto del diritto internazionale e che la responsabilità delle vittime civili sia legata alle tattiche di Hamas, accusato di utilizzare infrastrutture civili e popolazione come scudi umani.

Tra diritto internazionale e geopolitica

La questione non riguarda soltanto Israele e Palestina. Tocca direttamente la credibilità dell’intero sistema internazionale costruito dopo il 1945. Il termine genocidio rappresenta infatti il livello più grave di imputazione previsto dal diritto internazionale e la sua applicazione comporta conseguenze politiche enormi. Già nel 2025 la stessa Commissione ONU aveva sostenuto che esistessero elementi per parlare di genocidio a Gaza, mentre la Corte Penale Internazionale aveva emesso mandati di arresto nei confronti di dirigenti israeliani e di Hamas per presunti crimini di guerra.

Il nuovo rapporto accentua però un elemento particolarmente sensibile: i minori. Non si tratta più soltanto del numero complessivo delle vittime civili, ma dell’idea che i bambini siano stati colpiti in modo sistematico. La Commissione sostiene inoltre che gli effetti della guerra non si limitino alle morti dirette. Il blocco degli aiuti umanitari, la distruzione delle strutture sanitarie, le carenze alimentari e il collasso del sistema medico avrebbero prodotto danni irreversibili alla salute fisica e mentale di un’intera generazione palestinese. Secondo le conclusioni dell’inchiesta, quasi tutti i bambini di Gaza necessiterebbero oggi di assistenza psicologica.

A rendere ancora più esplosivo il quadro è il contesto geopolitico. Da quasi tre anni gli Stati Uniti continuano a garantire a Israele sostegno diplomatico, militare e finanziario. Anche il Regno Unito e gran parte dei governi europei hanno mantenuto un atteggiamento prudente, limitandosi spesso a esprimere preoccupazione umanitaria senza adottare misure realmente incisive. Questo ha alimentato accuse sempre più frequenti di doppio standard: principi inflessibili quando le violazioni vengono commesse da Stati rivali dell’Occidente, estrema cautela quando a essere coinvolto è un alleato strategico.

Qui emerge la contraddizione più difficile da ignorare. L’ordine internazionale liberale fonda la propria legittimità sull’universalità dei diritti umani. Se le norme valgono solo per alcuni e non per altri, il rischio è che l’intero edificio perda credibilità. Non è un caso che molti Paesi del Sud globale osservino questa vicenda come una prova della selettività occidentale in materia di diritto internazionale.

Il rapporto ONU non rappresenta una sentenza definitiva e le accuse dovranno eventualmente essere valutate dalle sedi giudiziarie competenti. Tuttavia il peso politico del documento è enorme. Non perché chiuda il dibattito, ma perché rende sempre più difficile sostenere che non esista un problema. Quando una commissione internazionale parla di oltre ventimila bambini uccisi, quando organizzazioni umanitarie, agenzie ONU e una parte crescente della comunità giuridica internazionale convergono nel denunciare violazioni sistematiche, il tema non può più essere liquidato come semplice propaganda.

La vera domanda, ormai, non riguarda soltanto Israele. Riguarda soprattutto coloro che continuano a sostenerlo senza condizioni. Perché ogni grande potenza ama presentarsi come custode del diritto internazionale. Molto meno volentieri accetta di essere giudicata dalla stessa misura quando il banco degli imputati coinvolge i propri alleati.

 

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