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Impantanato in Medio Oriente, Trump riscopre Cuba come diversivo politico. Tra ritorni contraddittori al modello Obama e calcoli elettorali in Florida, la strategia americana appare più reattiva che coerente, mentre L’Avana prende tempo.
Cuba come diversivo: la geopolitica emotiva di Trump
Quando una guerra non produce risultati spendibili politicamente, la tentazione non è chiuderla, ma distrarre. È una regola non scritta della politica americana contemporanea, e Donald Trump sembra applicarla con una certa disinvoltura. Il Medio Oriente, teatro di una strategia muscolare contro l’Iran, non sta restituituendo l’immagine di una vittoria chiara. Anzi, ha aperto una sequenza di problemi difficilmente gestibili: escalation senza sbocchi, costi crescenti e, soprattutto, l’impossibilità di controllare un nodo strategico come lo Stretto di Hormuz senza ricorrere – paradossalmente – alla collaborazione di attori esterni come la Cina.
E allora, la nuova attenzione della Casa Bianca verso Cuba appare meno come una scelta strategica e più come un sintomo. Un tentativo di cambiare campo di gioco quando la partita principale si sta complicando. Washington starebbe valutando un approccio sorprendentemente morbido verso l’isola: non una rottura radicale con l’apparato di potere esistente, ma una sua riconfigurazione. L’obiettivo sarebbe rimuovere l’attuale leadership, quella di Diaz-Canel, senza però smantellare del tutto l’architettura politica costruita attorno alla famiglia Castro, aprendo nel contempo agli investimenti statunitensi. Una versione Venezuela due, senza (per il momento) arrivare al sequestro.
Una proposta che suona familiare. È, in sostanza, un ritorno – con meno eleganza e più contraddizioni – alla stagione del disgelo promossa da Barack Obama nel 2015. Con una differenza sostanziale: quella politica fu poi smantellata proprio da Trump nel 2017, quando reintrodusse sanzioni e restrizioni. Oggi, lo stesso schema riemerge, ma senza l’impianto diplomatico che lo aveva reso credibile. Una marcia indietro non dichiarata, che ha il sapore di una correzione forzata più che di una strategia coerente.
Il Medio Oriente come trappola strategica
Il nodo centrale resta però il Medio Oriente. L’operazione contro l’Iran, concepita come un intervento rapido e risolutivo, si è trasformata in una situazione di stallo. Washington si trova a gestire una crisi che non può chiudere unilateralmente, ma che continua a drenare risorse militari e politiche. Il Pentagono, già impegnato su più fronti, difficilmente può permettersi una riallocazione significativa verso il teatro caraibico senza compromettere altri equilibri. Ed è qui che emerge il carattere eminentemente politico della “questione Cuba”: non una priorità strategica reale, ma una leva narrativa.
La Casa Bianca sembra aver bisogno di un terreno su cui poter rivendicare un risultato più facilmente comunicabile. Cuba, con la sua prossimità geografica e il suo valore simbolico nella politica americana, offre un bersaglio ideale. Non perché sia più importante del Medio Oriente, ma perché è più gestibile sul piano mediatico.
Florida, elezioni e sopravvivenza politica
Ridurre tutto a una logica internazionale sarebbe però fuorviante. La dimensione interna è altrettanto decisiva. Le elezioni congressuali si avvicinano e il Partito Repubblicano non può permettersi un calo di consenso in uno stato chiave come la Florida. La diaspora cubana rappresenta un bacino elettorale sensibile, storicamente influenzato dalle politiche verso L’Avana. Riattivare il dossier Cuba significa, in questo contesto, mobilitare un elettorato specifico.
Non è un caso che figure come Marco Rubio, da sempre fortemente coinvolte nella questione cubana, tornino centrali in questa fase. Per Rubio, il tema non è solo ideologico, ma anche personale: un modo per consolidare la propria posizione politica in un momento in cui l’asse mediorientale appare sempre più rischioso. Allontanarsi da una strategia che potrebbe rivelarsi fallimentare e riancorarsi a una battaglia identitaria più familiare è, dal suo punto di vista, una scelta razionale.
Allo stesso modo, altri esponenti dell’amministrazione, che hanno puntato gran parte della loro credibilità sull’azione contro l’Iran, si trovano ora esposti. Se il conflitto non produce risultati, il costo politico ricade inevitabilmente su chi lo ha promosso. Spostare l’attenzione su Cuba diventa allora anche un modo per diluire le responsabilità.
Nel frattempo, a L’Avana, il calcolo è diverso. Le autorità cubane sembrano puntare su una strategia attendista, confidando nel fatto che l’impasse mediorientale limiti la capacità statunitense di aprire un nuovo fronte. Il tempo, in questo caso, diventa una risorsa politica: aspettare che le priorità di Washington cambino ancora, come è già accaduto in passato.

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