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Israele bombarda Tiro durante la tregua: almeno 11 morti, tra cui bambini. Netanyahu «intensifica le operazioni». Dal 17 aprile 600 morti e 10mila case distrutte. La tregua esiste su carta. Sul campo, è un’altra storia.
Netanyahu bombarda Tiro durante la tregua: il cessate il fuoco come alibi
Questa mattina il portavoce dell’esercito israeliano Avichai Adraee ha pubblicato su Telegram un «avviso urgente» ai residenti di Tiro e dintorni: evacuare immediatamente e spostarsi a nord del fiume Zahrani. Poche ore dopo, i raid aerei dell’IDF hanno colpito la città per due volte consecutive.
Il primo bombardamento ha distrutto completamente il complesso dell’Imam Hussein; il secondo ha colpito un edificio nel quartiere residenziale di Hlballah, causando vittime civili. Tra Sidone, Zahrani e Tiro, i raid hanno ucciso almeno undici persone, tra cui bambini: a Zahrani un drone israeliano ha colpito all’alba una famiglia civile in fuga dai villaggi sotto attacco; a Sidone due missili hanno centrato un appartamento in un edificio di più piani in cui viveva una famiglia sfollata dal sud del Libano; a Tiro un drone ha colpito una motocicletta su strada.
Tutto questo avviene mentre è formalmente in vigore un cessate il fuoco. L’ordine di evacuazione verso nord del fiume Zahrani è il più esteso dall’inizio della tregua ed interessa una vasta porzione del Libano meridionale, trasformata di fatto da Israele in zona di combattimento.
La premessa è necessaria per non perdere il filo del paradosso: siamo dentro una tregua prorogata da Washington. Il 24 aprile scorso Trump aveva annunciato su Truth la proroga del cessate il fuoco, definendo i colloqui alla Casa Bianca «andati molto bene» e anticipando negoziati bilaterali per il 2 e 3 giugno. Nel frattempo, dall’inizio della tregua il 17 aprile, 600 persone sono state uccise, 10.000 case distrutte o danneggiate, e solo nei primi quattro giorni il cessate il fuoco è stato violato 220 volte. Questa è la tregua.
Una città di tremila anni sotto le bombe
Tiro non è una città qualunque. È una delle città abitate in modo continuativo più antiche al mondo, ex centro fenicio e romano, patrimonio dell’umanità UNESCO dal 1984, con un ippodromo romano, rovine di eccezionale valore e una Corniche che insiste su un’area di straordinaria densità archeologica. La città è stata posta sotto tutela rafforzata dell’UNESCO nel novembre 2024, lo stesso status previsto dal diritto internazionale umanitario per proteggere i siti durante i conflitti armati. La tutela rafforzata dell’UNESCO, evidentemente, non tutela granché. I raid continuano. Gli avvisi di evacuazione vengono pubblicati su Telegram da un portavoce militare. E il diritto internazionale osserva. Il ManifestoInvictapalestina
Netanyahu, aprendo la seduta del gabinetto di sicurezza dopo i nuovi attacchi, ha annunciato che Israele sta «intensificando le proprie operazioni» nel paese dei cedri, in risposta all’aumento degli attacchi di Hezbollah. La logica è la stessa usata da mesi: ogni azione israeliana viene presentata come risposta, ogni vittima civile come collaterale, ogni violazione del cessate il fuoco come difesa preventiva. La catena causale si è ormai invertita al punto da essere irriconoscibile: non è più possibile stabilire, nel ciclo di raid e droni, chi stia rispondendo a chi. Quello che è possibile stabilire è il bilancio: dal 2 marzo scorso, il ministero della Sanità di Beirut conta oltre 3.200 morti e più di 9.700 feriti.
La tregua come formato
Il punto politico non è la violenza in sé — che in questa fase del conflitto viene già data per scontata da tutte le parti, compresa la comunità internazionale. Il punto è che la tregua è diventata un formato diplomatico: serve a far sedere le parti intorno a un tavolo a Washington, a permettere a Trump di annunciare progressi su Truth, a consentire all’Europa di non doversi esprimere con urgenza. Non è mai stata, con tutta evidenza, un cessate il fuoco nel senso letterale del termine.
Washington ha annunciato la proroga di 45 giorni il 15 maggio; l’esercito israeliano ha salutato l’annuncio con un attacco su larga scala nel sud del Libano: sei morti, tre dei quali paramedici impegnati in un centro sanitario a Harouf. Il messaggio era cristallino: il formato diplomatico e le operazioni militari procedono su binari separati. Washington lo sa e tace. L’Europa segue con attenzione e tace. Il Libano non ha voce in capitolo nei negoziati che riguardano il proprio territorio.
Tiro è una città di tremila anni. Ha visto passare fenici, romani, crociati, ottomani. Sopravviverà probabilmente anche a questo. Ma mentre i soccorritori liberano le macerie di notte e i giornalisti registrano i bilanci delle vittime, il cessate il fuoco continua formalmente a esistere — come un documento, un comunicato, un post su Truth. Il resto è la realtà sul campo, che nessuno sembra avere strumenti politici per fermare.

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